Fontamara, l’anormalità della verità

Sono vite durissime quelle tratteggiate in Fontamara, il capolavoro di Silone. Vite durissime ma dolci, salde e, a loro modo, serene.

Ne capitano di ogni ai poveri, poverissimi abitanti di Fontamara. Senza luce, senza cibo, senza sonno, senza chiesa, senza terra, senza soldi, ora anche senz’acqua. Il fascismo è lontano dalla capacità di intendere dei fontamaresi, così come gli ideali e i ragionamenti che muovono i cittadini restano loro incomprensibili. Ogni flagello sembra abbattersi sulla povera gente che non chiede altro d’esser lasciata vivere col poco che ha.

È la loro solidità umana che mi lascia sgomento. Oggi, in Italia, se cambia l’orario dei treni c’è una manifestazione in piazza. Poi, dopo la piazza, ognuno torna a casa propria più incazzato di prima, mentre i capoccia litigano non più per l’orario dei treni, ma sul numero dei manifestanti.

Siamo diventati istintivi, rabbiosi, reattivi: come cani che abbaiano allo sconosciuto, senza motivo, tranne la paura. Paura di perdere qualcosa, ma cosa?

I fontamaresi, invece, non hanno niente tranne quel che la natura ha dato loro. Davanti alla minaccia di perdere anche quel poco, si chiedono: come faremo ad andare avanti? Discutono tra loro e con le autorità per ristabilire ciò che è logico e naturale. Non hanno paura perché riconoscono ancora la verità.

Fontamara racconta sì il fascismo dagli occhi dei cafoni, facendo luce su un pezzo di storia italiana dimenticata e oscurata, ma è soprattutto la testimonianza di un’umanità diversa: povera, analfabeta, sfruttata, che ha ben chiaro le poche cose importanti nella vita.

Il finale è duro e per certi versi inaccettabile: come si possono mescolare disperazione, politica e Fede? Semplicemente vivendo.

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