La guerra ai bestseller e quella sconosciuta di Banana (Yoshimoto)

Premetto che ho affrontato questa lettura per via di una scommessa. Devo ammetterlo, non ho simpatia per i bestseller. Quando tutti (tutti!) parlano di un libro, di uno scrittore, di un film o di un cantante, la prima reazione non è la curiosità, ma la diffidenza.

Visto l’andazzo letteral-culturale del XX secolo e del primo decennio di questi anni 2000 – in netto declino, considerando che a inizio Novecento circolava gente come Kafka, Svevo, Conrad, Steinbeck, Pavese, Silone… – la mia sfiducia nelle letture commerciali e negli scrittori da un libro all’anno la considero fortemente motivata.

Banana Yoshimoto - L'abito di piume, copertinaQuesto discorso è venuto fuori parlando con un’amica e si è tramutato in una sfida: io avrei dovuto leggere un bestseller: L’abito di piume di Banana Yoshimoto; in cambio lei si beccava Il castello di Kafka (dopo il mio inutile tentativo di appiopparle Il cavallo rosso di Corti).

Sarà colpa delle mie tare culturali, ma coi giappo ho sempre avuto qualche difficoltà. Li stimo e sono tanto simpatici quando li incrocio nelle città italiane, ma proprio non riesco a guardare i loro film o anche solo pensare di leggere i loro libri. Poi quando ho scoperto che la Banana in questione era una donna, apriti cielo! (Maschilismo del tutto ingiustificato, dal momento che ho apprezzato molto le letture femminili che ho fatto, come Mary Shelley, Deledda e Bronte).

Almeno si trattava di sole 130 pagine…

Il giorno della Banana

Ho approfittato di un viaggio in treno Imola-Milano e ritorno per risolvere la questione in una sola giornata. La sorpresa è stata che il libro era proprio come me lo immaginavo: l’autrice riproponeva tutti i cliché che circolano sul Giappone, senza “farli suoi”. Il risultato è che sembrava una storia ambientata in Giappone ma scritta da un europeo.

I casi sono due: o gli stereotipi sui giapponesi sono molto fedeli alla realtà, o la Yoshimoto ha giocato sporco scrivendo un libro nell’ottica della diffusione internazionale, privando così il pubblico del gusto di immergersi nell’autentica atmosfera nipponica.

A tratti melenso, in altri casi davvero banale, il romanzetto filava via liscio, senza impennate stilistiche ma con qualche caduta (le frasi fatte erano all’ordine del paragrafo). Eccone un paio di esempi:

“Ora mi sembrava di vivere in un brutto sogno, in uno di quelli da cui non ci si risveglia più.”

“Mi augurai che sorgesse un minimo problema e che diventasse indispensabile incontrarsi almeno una volta, purtroppo però ogni cosa filò liscia come l’olio e in men che non si dica mi ritrovai sola, abbandonata nel nostro nido d’amore.”

Roba da diario delle medie.
Da menzionare anche l’incomprensibile insistenza sulle pietanze consumate dai protagonisti: sembrava uno spot ai loro pastrocchi culinari (chiaramente uno spot vincente: li assaggerei tutti subito).

Di positivo invece c’era l’atmosfera soffusa, la storia come sussurrata, e la sensazione di pace che ti pervadeva per osmosi.

Fuochi d’artificio finali

La cosa veramente assurda del romanzo è la nota finale dell’autrice. In sostanza, la Yoshimoto ammette senza mezzi termini che il romanzo non è poi chissà che, sia come storia, sia come contenuti. Poi ringrazia lo staff e bla bla bla.

Va bene l’onestà, ma ci sono tanti altri lavori a questo mondo…

In ogni caso ringrazio la mia amica per il consiglio: se L’abito di piume m’ha dato tanto da pen(s)are, significa che non è stata una lettura inutile.

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