Il “bisogno” di Raymond Carver

Ho da poco terminato la lettura di Se hai bisogno, chiama di Carver. Si tratta di 5 racconti inediti pubblicati postumi dalla sua ultima moglie, la poetessa Tess Gallagher.

Ho letto quasi tutti i libri di Carver e questo è quello che m’è piaciuto di più. Forse è un fatto di maturità (mia): per gli altri ero troppo giovane. Resta il fatto che Carver rappresenta tuttora un mistero per me.

Raymond Carver è considerato uno dei massimo narratori del Novecento e il maestro del racconto breve. E io mi chiedo perché. Me lo chiedo fin dal primo libro che ho letto.

Cioè… mi sono piaciuti, sì, sono scritti bene, ma… c’è un “ma” che non riesco a togliere. Le trame sono semplici, banali perché quotidiane, così reali da fare un baffo al verismo. I personaggi sono uomini di tutti i giorni, senza niente di particolare; hanno la loro vita privata, ma ognuno ha la propria vita privata. Eppure questa spudorata normalità cela qualcosa di inespresso. Lo sento, ne sono certo: c’è. C’è perché Carver ce l’ha voluto mettere.

Forse è la sproporzione tra gli esseri umani e il loro bisogno di felicità. Lo avverto nello spietato killer per caso, nel marito adultero sull’orlo del divorzio, nell’uomo in cerca di riscatto, nella mamma al capezzale del bambino in coma, nel padre che affronta un altro genitore per risolvere una lite tra i figli. Insomma, in tutti i personaggi di Carver c’è quest’assenza di felicità; un’assenza che a volte diventa speranza, altre (più frequenti) permane come mancanza o addirittura fallimento – terribile il finale dell’ultimo racconto che dà il titolo alla raccolta: Se hai bisogno, chiama.

Certo, a questo grigio scenario umano preferirò sempre il malinconico brio esistenziale di Buzzati, ma non sono qui per fare classifiche, solo per dire che Carver è uno scrittore (e una lettura) necessaria.

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