Sky at Night: gli I Am Kloot mettono l’abito da sera

Sky at Night è l’ultima fatica degli I Am Kloot, trio inglese che l’anno prossimo festeggerà 10 anni di carriera nonostante sia ancora immeritatamente relegato nel sottobosco musicale europeo.

L’ultima fatica non è un luogo comune; in questo caso la intendo letteralmente. Sky at Night è un album elaborato, complesso, curato nel dettaglio, che a un primo ascolto mi ha lasciato assai deluso. Tutto sembrava così calcolato, privo d’emozione, piatto. Invece no. Bisognava lasciare il cd sul mobile per qualche tempo, come a prendere polvere, poi riprenderlo in mano, riascoltarlo una volta, due, e poi ancora, entrando finalmente nel giro giusto.

Northern skies apre l’album meravigliosamente: sembra davvero di respirare i cieli del nord.
To the brink è una canzone che solo Bramwell poteva concepire, così delicata e pura, malinconica e maestosa, in odore di musica classica. Fingerprints è senza ritornello ma ritmata e urbana come gli Oasis non riescono più a fare.

Lately, il singolo, ha l’acuto rubato ai Beatles ma tutto il resto è pop da abito da sera (scaricala gratis qui).
I still do è un soffuso siparietto acustico, The moon is a blind eye una poesia fin dal titolo, Proof è forse il pezzo più orecchiabile, già sentito in I Am Kloot (2003) e qui riproposto in una veste leggermente differente.

It’s just the night è forse l’unico riempitivo del disco, prima dell’ambiziosa Radiation (anche qui, purtroppo, si sentono molto i Beatles). L’album si chiude con l’ombrosa Same shoes, non di facile impatto, che fa venir voglia di riprendere l’ascolto daccapo (il richiamo di Northern skies è troppo forte).

Tirando le somme…

Questo album è all’altezza dei precedenti? (A parte il passo falso I Am Kloot Play Moolah Rouge del 2007)

Non lo so. È così diverso! Così… unico. Certo Natural history (2001) era più orecchiabile, I Am Kloot pennellava pop senza sbavature e Gods and monsters (2005) tra alti e bassi tocca i vertici musicali della band in Over my shoulder, Dead men’s cigarettes e I believe, ma qui si fa un passo diverso. Più rarefazione, più jazz e musica classica, meno ritmo, meno “moda”, meno pop.

Un album così non è facile da fare, da trovare, da ascoltare e da gustare. Insomma, è proprio una faticaccia, ma ne vale la pena.

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