La divina umanità di Alesa. Quel che resta de I fratelli Karamàzov

1050 pagine per un romanzo che non finisce. Non solo non terminano le vite dei protagonisti, ma nemmeno le vicende avviate nel romanzo. Quindi, è curioso notare come, girata l’ultima pagina, la sensazione provata non sia stata né soddisfazione per aver terminato una lettura così impegnativa, né malumore per non sapere come si concludono le vicissitudini di Dimitri e Ivan (i fratelli più inguaiati), né malinconia per dover abbandonare le vite di personaggi cui mi ero in qualche modo affezionato.

Si è imposta prepotente la consapevolezza che I fratelli Karamàzov è un romanzo che può diventare vita. Se la piccolezza umana che vi è narrata è spaventosamente simile alla mia piccolezza, di rimando l’intensa, profonda, necessaria umanità che qui e là vince l’umana piccolezza diventa qualcosa di concreto come un tozzo di pane e, al pari di un tozzo di pane, primario per la mia vita.

Insomma, Dostoevskij mostra la “divina umanità” di Alesa – il più piccolo dei Karamàzov – come unica via dentro e contro le brutture del mondo. Vi pare poco?

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