Tutto scorre di Vasilij Grossman

Non ditemi che è un romanzo. Non c’è bisogno di mentire per invogliare a leggere questo agglomerato di stupendi scritti da Vasilij Grossman, ebreo russo non deportato ma emarginato e ridotto al silenzio mass mediatico dal regime sovietico.

Tutto scorre di Vasilij Grossman, AdelphiTutto scorre non è un romanzo*. Lo sarebbe stato certamente se Grossman non fosse morto così presto. Tutto scorre è una bozza avanzata di ciò che doveva essere un romanzo sui difficili anni del comunismo russo, da Lenin alla morte di Stalin. Tutto scorre avrebbe potuto essere un mucchietto di cenere se la polizia politica l’avesse trovato perquisendo l’appartamento del defunto scrittore. Ma non l’ha trovato, e noi possiamo leggerlo. Mi correggo: noi dobbiamo leggerlo.

La prospettiva che offre è interna: il dramma è raccontato da una ex-funzionaria del regime, da un oppositore che ha pagato con 30 anni di lager e da un indifferente, uno di quelli che non prendeva posizione né credeva che fosse tutto così tragicamente vero.

Grossman non fa sconti: non c’è lieto fine per gli abitanti di un villaggio ucraino condannati a morire di fame per inadempienza al piano produttivo fissato dallo Stato, così come non rivedrà mai più la sua famiglia una donna russa internata senza motivo apparente in un lager dove diventa oggetto delle attenzioni di uomini e donne depravati. Allo stesso tempo, non c’è salvezza neanche per coloro che hanno denunciato alle autorità amici e parenti, benché le loro sofferenze siano meramente spirituali.

Nel pianto e stridore di denti dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, fra accorate e incontrovertibili denunce di soprusi e mostruosità e approfondite analisi della genesi della dittatura comunista nella Russia post-zarista, tutto sembra scorrere “solo” come la cronaca indignata di un’ingiustizia suprema… fino al grido più umano che Grossman possa esalare: “Dio, Dio, impietosisciti su di lei, Signore, abbi compassione, abbi pietà di lei”. “Lei” è Maša, madre deportata di una figlia finita in qualche orfanotrofio, moglie vedova seviziata dal capo carceriere, che un giorno assiste impotente alla morte dell’ultima cosa rimasta: la speranza.

E se cercando su Google “Tutto scorre” i primi risultati proponessero “Mentre tutto scorre” dei Negramaro, non abbattetevi, proprio come non si è abbattuto Grossman davanti all’imponente URSS.

* Perché non è un romanzo

Arrivato in fondo all’articolo, mi sono accorto che non ho spiegato perché Tutto scorre non è un romanzo.

Il libro sembra raccontare la storia di Ivan Grigor’evič, un prigioniero politico che, dopo 30 anni nel lager di Kolyma, alla morte di Stalin viene rimesso in libertà. Una visita fugace a parenti e amici, tra Mosca e Leningrado, poi il viaggio verso sud, dove lavora come fabbro presso un artel (una sorta di cooperativa) e si innamora di Anna Sergeevna, la vedova che lo ospita. È Anna, ex funzionaria di Partito, che gli racconterà cos’è successo in Russia negli ultimi trent’anni, riflettendo anche sulle colpe di Lenin (a quel tempo Lenin era intoccabile e intoccato, d’altronde ancora oggi in Italia esistono gruppi marxisti-leninisti).

Il racconto di Anna costituisce il nucleo centrale di Tutto scorre (circa il 50% del libro), ma ha forma e sostanza tipiche del saggio. Grossman “usa” Anna per portare alla luce quel che succedeva veramente in URSS, ma probabilmente il cancro l’ha ucciso prima che riuscisse ad allacciare la critica del comunismo sovietico alla vicenda del romanzo.

Insomma, alla stregua di Moby Dick, definire Tutto scorre un romanzo sarebbe semplicemente riduttivo.

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