La concretezza dell’invisibile nelle città invisibili di Calvino

Prima premessa: Le città invisibili di Italo Calvino è un libro difficile, sperimentale, eccentrico, del quale sicuramente non ho percepito la totalità del messaggio.

Ne parlo perché ci sono tre brevissimi brani che mi hanno colpito immensamente per semplicità e verità. Ve li ripropongo senza commentarli per non alterare o forzare minimamente la bellezza di ciò che esprimono.

Seconda premessa: Le città invisibili è un libro assurdo nella forma. Calvino immagina il viaggiatore Marco Polo alla corte dell’imperatore cinese di origine mongola Kublai Khan: Polo racconta all’imperatore di tutte le città invisibili, cioè immaginarie, che ha (avrebbe) visitato durante i suoi viaggi nello sterminato impero di Kahn.

copertina libro Italo Calvino, Le città invisibili (Einaudi, Torino 1972)Il libro è scomponibile e forse già scomposto dallo stesso Calvino: organizzato in 9 capitoli, tutti aperti e chiusi da un dialogo-siparietto tra Marco Polo e Kublai Kahn, ognuno racchiude 5 descrizioni di città invisibili, tranne il primo e l’ultimo che presentano 10 città.

Nessuna città è legata a un’altra, se non per la tipologia: esistono “Le città e la memoria” , “Le città sottili”, “Le città e il desiderio” e così via; ognuna presenta 5 città numerate progressivamente, come se i veri capitoli – cioè le tipologie di città – fossero stati smembrati e riassemblati a caso (o secondo un criterio che non mi è chiaro).

Privo di una vera e propria trama, privo anche di quella forza che solo un romanzo può avere, non per questo è privo di significato. Anzi, presenta molti livelli interpretativi: ogni città è un esercizio di stile, di creatività, ma anche metafora di uno o più pregi/difetti dell’uomo e, come l’uomo, a volte è contraddittoria fino ad annullare sé stessa. Ma se alcune città non possono proprio esistere, gli stessi Marco Polo e Kublai Kahn arrivano a chiedersi se esistono “davvero” oppure sono una proiezione della loro mente.

Insomma, in questo guazzabuglio di significati e significanti, interpretazioni possibili o azzardate, narrazioni e metanarrazioni il rischio di perdersi è fortissimo. È più semplice e interessante lasciare spazio a quel sentimento del vero che si fa largo tra i capoversi di Calvino. Lascio dunque la parola a lui (i brani sono tratti dalla prima edizione Einaudi del 1972).

Le pietre e l’arco

Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
– Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.
– Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, – risponde Marco, – ma dalla linea dell’arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge:
– Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che m’importa.
Polo risponde: – Senza pietre non c’è arco.

Il caso e la domanda

– Io non ho desideri né paure, – dichiarò il Kan, – e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso.
– Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
– O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.

Inferno e non inferno

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

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