Lettera aperta a un editore sconosciuto

Ricevo e pubblico la lettera di un amico che desidera rimanere anonimo.

Caro Editore,

l’editoria è in crisi, te ne do atto, ma non è una novità: è così da sempre. O almeno da quando ne ho memoria, che equivale al “mio” sempre. La letteratura non rende. In verità ad alcuni rende eccome, ma per la stragrande maggioranza degli aspiranti e presunti scrittori è un mestiere in perdita.

È un mondo che ha fretta. Non c’è spazio per chi non ha le idee chiare, per chi ha bisogno di un consiglio o, peggio, di tempo. Ci vuole un manoscritto, possibilmente un romanzo, ovviamente già impaginato, magari su un tema caldo (“attuale” è la parola d’ordine, oppure va bene il trimiliardesimo romanzo di formazione sulla storia di un ragazzino che attraverso una circostanza drammatica diventa uomo).

Manca la curiosità. Quella benedetta curiosità che è all’origine di ogni scoperta umana: dal fuoco all’iPad. La curiosità di trovare una persona che abbia qualcosa da dire attraverso la scrittura. Non un nuovo Camilleri: c’è già Andrea Camilleri, ha scritto più romanzi di quanti ne riusciate a leggere in una vita intera, perché ne volete un altro?

Lo so, caro Editore, che è difficile essere curiosi quando arrivano centinaia di manoscritti ogni anno. Sgrammaticati, senza trama, noiosi da morire: le brutte copie di un bestseller o di una serie tv. Tutta carta da buttare e tempo sprecato per chi scrive, per chi legge, per chi raccoglie la differenziata.

La gente dovrebbe smettere di scrivere. Dovrebbe smettere: chi non ha talento, dovrebbe smettere. Invece continua. Chissà perché, continua. Il rubinetto perde, ma lui scrive. La moglie lo tradisce, ma continua a scrivere. La macchina è sotto un metro di neve, ma lui scrive. Imperterrito. Cocciuto. Magari senza sapere la differenza fra perifrasi e parafrasi, cacciandoci un qual è con l’apostrofo, dimenticando qualche h nella tastiera e via di seguito. Perché scrivere è come sognare. Sognare di avere qualcosa da dire al mondo, anche solo una storia divertente, cento pagine di cortocircuiti amorosi o rapine nei caveau, gol nei minuti di recupero o indagini notturne.

Non si può chiedere alle persone di rinunciare ai propri sogni. Si può aiutarle a crescere. Crescendo, i sogni diventano realtà, oppure diventano altri sogni, altre realtà. Non me n’è mai fregato nulla di essere il nuovo Ken Follett, però mi sono stancato di sognare: ho voglia di crescere.

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