A cosa serve leggere?

Breve riflessione sull’utilità della lettura

Ho sempre considerato la lettura un’opportunità formativa, certo che un libro di qualità possa influire, stimolare, perfino migliorare la persona che lo legge. In questo senso affronto con una certa speranza Padiglione cancro di Solženicyn, mentre ritengo di non aver ricevuto input significativi da La Torre Nera di King. La verità è un’altra… almeno credo.

Leggere non è un gesto fuori dal tempo. Sono io che leggo e, mentre leggo, vivo. Leggere è già vita, non qualcosa in preparazione alla vita. In un certo senso, la compagnia di un brutto libro è paragonabile a quella di una persona antipatica o di un cocktail mediocre. Ma la verità è un’altra… almeno credo.

Non sono una persona migliore solo perché leggo il libro di un genio o di un santo. E questo è terribile. Posso macinare Hugo, Buzzati e Dostoevskij, guardare con superiorità chi viaggia nel tunnel dei vari Zafón, Follett, Meyer, Baricco (ops! guai toccare Baricco) e, al contempo, gettare alle ortiche una relazione, lasciare appassire un’amicizia ed essere l’ultima persona che invitereste al vostro compleanno, mentre mister bestseller, che so, tiene compagnia ai malati terminali e aiuta il fratello a ricucire il rapporto con la moglie. Ma la verità è un’altra… almeno credo.

Forse, non è la qualità del libro a rendermi una persona migliore, né la storia che racconta. Il segreto non è nel testo, ma nell’autore. La stessa cosa che ha reso lui “migliore”, può aiutare me. Quale esperienza, quale sguardo, quale amore l’hanno reso capace di scrivere pagine memorabili? La verità è in questa risposta.

Almeno credo.

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