Estate, ventilatore, coca cola e David Lynch

Una calda sera d’estate cosa c’è di meglio di chiudersi in casa muniti di ventilatore, scorta illimitata di coca cola e dvd di Inland Empire? Tutto, tranne la deportazione nei lager.

Inland Empire è un film di David Lynch uscito nel 2006 e, ad oggi, il suo ultimo lungometraggio.

David Lynch è un regista maledetto – nel senso che in molti lo hanno maledetto dopo questo film – nato nel Montana, classe ’46. Non ha fatto molti film – una decina in tutto – però li ha fatti bene. Che non vuol dire che siano belli, ma almeno uno di questi vi piacerà da matti: Elephant man per spettatori colti, Una storia vera per famiglie, Eraserhead per fan dell’horror.

Poi Lynch si è divertito a sfidare la logica, la coerenza, le aspettative dell’uomo moderno, e ha girato Strade perdute e Mulholland Drive, consigliati a chi ama finire un film e correre su Wikipedia in cerca di una spiegazione che concili il sonno. Non contento di tutto ciò, il buon David, a 60 anni suonati, ha scritto e diretto Inland Empire; quasi tre ore di film (con 172 minuti è il suo film più lungo) che io suddivido in 3 parti: la prima ora, la seconda e la terza.

Nella prima ora tutto bene, tanto che ho gridato al capolavoro. La nuova vicina, anziana ma non troppo, un tantino inquietante, un tantino veggente, va a trovare un’attrice e le mostra cosa accadrà domani, preannunciandole che avrà la parte. Se soprassediamo sui dialoghi – ogni frase è indipendente dalle altre – e sulle scene iniziali – compaiono anche i famigerati conigli vestiti da uomini che conversano amabilmente in salotto (dialoghi ovviamente privi di senso) – insomma, se isoliamo la vicenda a questa attrice che va a fare un film con un attore, noto playboy, tutto fila liscio.

Inquadrature di grande effetto – mi ricordano Lars Von Trier, ma anche la Giovanna d’Arco di Dreyer – musiche e suoni che vanno oltre. È difficile da spiegare, ma è come se tutto quello che succede nel video richiedesse il mio totale abbandono, anche se non ha senso quel che succede, anche se i dialoghi non possono esistere, anche se i conigli non mettono il grembiale da cucina, eccetera. Una volta che mi sono lasciato prendere dal film, è un susseguirsi di sensazione, emozioni, colori e misteri. “È proprio un brutto trip“, direbbe il Drugo. In questo senso è un capolavoro.

Poi c’è la seconda ora, e tutto si incasina. Le scene si accavallano, non si capisce più quando l’attrice recita o è se stessa, dove sia fisicamente e perché, cosa racconti e a chi. Ogni scenario è collegato a un altro da qualche elemento: un orologio, un colore, un’espressione del volto, un personaggio.

La cosa davvero esilarante è che Lynch mette più volte in bocca ai personaggi domande quali: “cosa ci faccio qui?”, “cosa vuol dire?”, “che senso ha quello che dici?”, “perché racconti questa storia?”; che sono esattamente le domande che farei io.

Arrivati all’ultima ora, la speranza di capirci qualcosa è davvero flebile. Lynch ammazza anche questa piccola speranza con una delirante scena finale fatta di incubi, visioni, illusioni e ossessioni.

Inland Empire è momenti di grande cinema alternati a scene destabilizzanti, attori bravissimi che interpretano personaggi detestabili, cortocircuiti mentali e sonori (davvero grandioso l’impatto della colonna sonora): tutto insieme, tutto mischiato a sorte. E ho tralasciato le scene degli zingari polacchi, della ragazza che guarda la tv, delle amanti stupido-sexy, ecc.

Il filo rosso non c’è, non cercatelo. Il dvd c’è, vedete voi se cercarlo.

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