Il mondo che vorrei

articolo scritto per «L’Eco di Rivola», il giornalino del mio paese

Ogni giorno tv, radio e giornali ci parlano della crisi economica. È giusto, giustissimo: ognuno ha diritto di vivere dignitosamente e la crisi, in alcuni casi, lo impedisce.
Tuttavia la crisi che più mi preoccupa è quella culturale e sociale, quindi umana. Di questa crisi nessuno parla. O almeno, ne parlano senza definirla tale.

Da quest’anno in Francia non esistono più le figure di mamma e papà. D’ora in poi si dirà “genitore 1” e “genitore 2”, per non discriminare le coppie gay che avranno figli. Sembra uno scherzo, una situazione da racconto di fantascienza, invece sta accadendo oggi, nel 2013, in uno dei primi Paesi al mondo per economia, storia e cultura.
Nella culla dell’Illuminismo agiscono come se un figlio fosse un diritto da concedere o negare e non un essere umano. Come se fosse il prodotto della fecondazione di un ovulo e non dell’amore tra un uomo e una donna. Perché il problema non è l’equiparazione di una coppia gay a una eterosessuale, ma riconoscere e rispettare che cosa è un figlio.

La Francia è vicina, vicinissima, ma non abbastanza.
Prendiamo Borgo Rivola. Lo slogan della Pro Loco è una frase di Cesare Pavese: “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
È ancora così? Per fortuna sì, ma sta cambiando in fretta, troppo in fretta.

Cambia ogni volta che etichettiamo quel che succede (una sagra, una festività religiosa o laica) con la parola “vecchio”, “già visto”, “noioso”. E ci chiudiamo in casa o fuggiamo altrove, magari in una spiaggia piena di sconosciuti per qualcosa che durerà il tempo di una serata.
Cambia quando a Rivola incrociamo un volto nuovo e non lo salutiamo, per poi chiedere agli amici “ma chi è quello/a?”.
Cambia se ci lamentiamo per il comportamento degli altri, senza pensare che probabilmente gli altri si stanno lamentando di noi.
Cambia se sogniamo la rivoluzione… ma che la facciano gli altri, possibilmente senza cambiare una virgola della nostra vita.

Il fatto è che la realtà va sfidata, non fuggita. Sarà sempre più veloce di noi: ci riprenderà. Allora tanto vale sfidarla. Subito, qui, a Borgo Rivola.

Si può essere felici, oggi, a Borgo Rivola? Non vale dire “sì” perché bisogna essere ottimisti e poi aggiungere una sfilza di “se”:
se non ci fosse la crisi
se questa persona non stesse male
se fossi innamorato/a
se vincesse il PD/PDL/M5S/eccetera

Per rispondere sì bisogna avere il coraggio di rischiare desideri, aspirazioni, dubbi, domande e problemi con quel “punto di luce” che mi auguro ognuno intraveda nella propria vita.
Un punto di luce è uno spiraglio, un’apertura, una possibilità concreta di ripartire.
Il mondo ne è pieno. Ognuno riconosca il proprio e lo sfidi fino alla fine, per trovare la corrispondenza che cerca ed essere finalmente felice.
L’alternativa non è la sconfitta, ma il nulla, come canta Vasco: “Qui si può solo perdere… e alla fine non si perde neanche più”.

Il mondo che vorrei è pieno di gente che rischia. Anche di perdere.

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