Tolstoj, Resurrezione. Perché no.

Lev Tolstòj - ResurrezioneCi sono due motivi per cui ho scelto di cominciare a leggere i grandi romanzi di Leone Tolstoi (come lo chiamavano i nostri vecchi) partendo dall’ultimo. Perché Resurrezione non se lo fila più nessuno, e per via di quella storiaccia della scomunica inflitta a Tolstoj nel 1901, appena due anni dopo l’uscita di questo libro.

Resurrezione è la storia della resurrezione spirituale di Nechljudov, principe e latifondista russo che trova la forza di cambiare la propria vita quando, a dieci anni di distanza, rivede il suo primo amore: Katiuscia Maslova.

L’ultima volta era andata così: lui, il giovane erede di una fortuna, aveva sedotto lei, la domestica delle zie, per poi abbandonarla con 100 rubli in mano e un figlio nella pancia. Adesso sono in tribunale, Nechljudov tra i giurati e la Maslova tra gli imputati. Lei è una prostituta accusata di veneficio, lui è un nobile fancazzista che ha appena ereditato le proprietà di famiglia.

Nechljudov si sente responsabile dell’attuale condizione della donna e, in men che non si dica, si trasforma da aristocratico puttaniere in novello Messia – ma senza apostoli – convinto di poter riparare all’antico torto sposandola. Ma la Maslova, per un errore della giuria di cui Nechljudov stesso fa parte, viene condannata a 4 anni di lavori forzati. Il principe la segue da un carcere all’altro, fino in Siberia, prodigandosi per aiutare anche gli altri carcerati. In tutto ciò trova pure il tempo di regalare parte delle sue terre ai contadini…

Dopo un inizio davvero ben scritto, con risvolti psicologici profondi e stimolanti, Resurrezione diventa un pippone gigantesco sulle pietose condizioni di vita dei detenuti e dei contadini, l’ingiustizia del mondo (i ricchi troppo ricchi e i poveri troppo poveri), la crudeltà dell’uomo e del tribunale dell’uomo, e via di seguito. Con qualche frecciata alla Chiesa (a volte meritate) e una serie di interpretazioni del Vangelo che definirei stravaganti, per non dire senili, semplicistiche e spesso completamente errate.

Resurrezione è un saggio travestito da romanzo che fallisce sia come saggio, sia come romanzo. Il bel finale – con un piccolo colpo di scena, graditissimo dal sottoscritto – rende un po’ meno amara la pillola.

Le scelte di Tolstoj

Tolstoj dedica 50 pagine alla perdizione di Nechljudov e della Maslova, e quasi 400 all’opera messianica del principe e alla lenta (ma in realtà rapida e netta) conversione della donna. Con queste proporzioni, piuttosto che Resurrezione doveva chiamarsi Risorto.

Il cambiamento di Nechljudov è radicale e improvviso, ma soprattutto totale. Da nero diventa bianco (come Michael Jackson). Non ci vuole un genio a riconoscere nel nuovo Nechljudov l’alter ego di Tolstoj: un credente anarchico, filantropo e pacifista. Solo che mentre Tolstoj diviene tale nell’arco di una vita, a Nechljudov basta una giornata.

Altra scelta che non condivido è quella di “dire tutto“: Tolstoj non nasconde la morale nelle pieghe del romanzo, ma la scrive una volta, due volte, decine di volte, per un predicozzo che sembra non finire mai.

Venendo alla caratterizzazione del protagonista, Nechljudov dovrebbe essere una figura da imitare, invece risulta quasi irritante nella sua bontà fanciullesca. Forse l’autore voleva creare un personaggio puro ma di rottura, capace di mettere il lettore sullo stesso piano dei nobili per farlo riflettere su come sta conducendo la propria vita nei confronti dei deboli e degli oppressi? Forse, perché Nechljudov è anche colui che giudica con sarcasmo i suoi pari – aristocratici, nobili, avvocati, generali – con la sicurezza di chi ha la verità in mano e non si capacita come gli altri possano ignorarla. Si trova bene solo tra i carcerati, i quali, più che ladri e assassini, sembrano una congrega di puritani, nonostante lui stesso ammetta che solo una piccola percentuale è condannata erroneamente.

Forte della sua posizione e del suo capitale, Nechljudov si propone come salvatore degli oppressi, o almeno ci prova. Ma le sue soluzioni – prendere in sposa la Maslova, cedere i terreni ai contadini – non vengono accolte con l’entusiasmo che si aspettava. Questo perché Nechljudov sa cos’è il bene e cos’è il male, ma non tiene conto della libertà degli uomini. Anche quella di rifiutare la felicità.

Se con questa intuizione Tolstoj è davvero grande, il rammarico che il resto non sia all’altezza lo è ancora di più.

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