Il voto disgiunto

Alle scorse elezioni ho fatto il voto disgiunto: alla Camera questi, al Senato questi altri. Sono finito extraparlamentare in entrambi i casi.

Sono passati alcuni mesi e ogni tre per due si vocifera di nuove elezioni, che farebbero bene o che farebbero malissimo, che sono inevitabili o che occorre stabilità. Da qual che vedo, l’unica cosa stabile è la crisi; ma se per un minuto immaginassi di dovermi recare alle urne oggi, mi vedrei costretto nuovamente al voto disgiunto.

Se votassi con il cuore, il mio voto andrebbe sempre lì, perché io e loro la pensiamo uguale. Dove, non si può dire, ma l’avete capito.

Se votassi con la testa, farei scheda bianca perché, purtroppo, nessuno mi rappresenta. O meglio, qualcuno che mi rappresenta c’è, ma non fa ciò che scrive nel programma elettorale.

Se votassi con le palle, farei qualcosa di gravissimo: entrerei imbottito di tritolo alla Camera, occuperei i seggi elettorali, girerei vestito da uomo sandwich al Colosseo. Cose così.

Per fortuna, dalla testa ai piedi sono un pezzo unico, e per votare mi servono tutti gli organi, soprattutto la mano. Proprio le mani dovrei tenerle più spesso giunte, chiedendo nella preghierina della sera che il buon Dio mi mandi un cristiano con un pizzico di coraggio, zero ideologia e qualche idea.

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