Guerra e pace, Eugenio Corti, Tolstoj e la Bellezza

Mi trovo nel bel mezzo di Guerra e pace, esattamente alla fine del primo dei due tomi. Potrebbe essere un caso, ma proprio oggi, leggendo uno degli ultimi capitoli della Parte VIII, sono stato sorpreso dalla bellezza. Una bellezza assoluta, totale, che mi ha riempito e commosso, realmente commosso. Avete presente gli occhi gonfi? Ecco, quasi.

Eugenio CortiDico “proprio oggi” perché di oggi è la notizia della morte di Eugenio Corti, probabilmente il più grande scrittore italiano del Dopoguerra.
Corti è autore de Il cavallo rosso, epico romanzo di 1280 pagine (scritte in piccolo) che percorre un pezzo della storia d’Italia, dalla campagna di Russia al referendum sul divorzio. Il cavallo rosso sta in cima alla mia Top Ten dei libri e penso sia l’unico romanzo che ho letto in grado di “cambiare” il lettore.
Dell’autore brianzolo consiglio anche Gli ultimi soldati del re, la storia dei soldati che, dal 1944 al 1945, hanno combattuto i nazisti al fianco degli Alleati; per non dimenticare il suo clamoroso esordio letterario: I più non ritornano –  Diario di ventotto giorni in una sacca sul fronte russo, uno dei primi e più importanti libri sulla campagna di Russia.

Ebbene, Corti diceva che “il mio compito è scrivere per tradurre nelle mie pagine la bellezza“.

Tolstoj è un altro che, cosciente o no, ha “tradotto” – quindi riprodotto – la bellezza. Anzi, la Bellezza.

Oggi, leggendo le pagine in cui uno dei protagonisti riflette sulla sua vita alla luce dello scandalo fra il cognato e una giovane amica, sono stato vinto da una Bellezza così imponente e totalizzante che non potevo non riconoscerla. Era la stessa bellezza di Dio.

Ma Tolstoj non parlava di Dio. Raccontava di un uomo, Pierre, vittima di una fragilità interiore insanabile. Sposato infelicemente a una bellissima donna, era sprofondato in una tristezza ormai cronica, dovuta alla sproporzione tra la fede e tutti i buoni sentimenti che ne conseguivano e l’incapacità di comunicarla agli altri. Le persone a lui vicine sembravano agire cercando la perdizione invece della felicità, e lui non poteva fare nulla per aprire loro gli occhi.

Si trovava in questo stato d’animo quando, “una notte gelida e chiara” […] “Solo guardando il cielo, Pierre non sentiva la oltraggiosa bassezza di ogni cosa terrena in paragone all’altezza dove si trovava la sua anima.”

In quelle pagine Tolstoj è riuscito a farmi vivere “l’altezza dove si trovava la sua anima”. È lì, a quell’altezza che nasce la Bellezza.

Non so se si è capito qualcosa, forse non mi sono spiegato bene. D’altronde, raccontare cosa può trasmettere una lettura come Guerra e pace è impossibile. So solo che oggi, leggendolo, ho visto la Bellezza. Ed è di questa Bellezza che ho bisogno.

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