Starman (Frogstock 2014)

Racconto scritto per la rivista del Frogstock 2014

Frogstock 2014 - Riolo Terme

Si sentiva molle, come svuotato; aveva anche un po’ di nausea. Eppure non aveva fatto nulla tutto il giorno, se non stare accucciato nel sedile del bus in attesa di colmare i quattrocento chilometri che lo separavano da Riolo Terme.

Era in tour da appena un mese e già ne aveva abbastanza.
Per andare in tour ci voleva un nuovo album, per un nuovo album servivano una decina di canzoni nuove, per scrivere una decina di canzoni bisognava stare lì con la testa per quattro, cinque mesi almeno. Tutto questo per dire che aveva la coda lunga, quel mese di tour.

I ragazzi della band, invece, erano vivaci e curiosi. In una parola, giovani. Per loro ogni tappa era una novità: gente diversa con un dialetto diverso, cucina diversa da gustare, fiche diverse da calzare.
Lui, che aveva sul groppone una dozzina di album e di tour, non vedeva più la novità. Da una valle romagnola a una discoteca lombarda cambiava nulla: parlavano, vestivano, bestemmiavano in modo diverso, ma erano lì per le canzoni e alla fine chiedevano sempre quelle: “La vita del drogato da giovane”, “Strade blu” e “L’inferno è qui”. Da quelle tre non si scappava. Erano ormai vent’anni che le suonava e il solo pensiero di farle un’altra volta gli dava il voltastomaco.
Forse era quello il motivo della nausea.

Il pullman svoltò a destra e parcheggiò in un ampio spiazzo. Erano arrivati.
“E meno male che Riolo è in collina” pensò passando dall’aria condizionata all’afa di un agosto che non voleva finire.
Lo avvicinarono due ragazzi che potevano essere suoi figli: sulle maglie campeggiava la scritta “Frogstock”. Si presentarono dicendo che erano dello staff, chiesero se aveva fatto buon viaggio. Rispose con un grugnito e si fece accompagnare al camerino. Non voleva essere scortese, era solo stufo. E incazzato. Incazzato per qualcosa che non sapeva nemmeno lui.
Si tuffò sul divanetto con un calice l’acqua ghiacciata in mano e spedì la band a fare un giro per il paese. Mentre cercava di rilassarsi, udiva in lontananza Guido, il loro gigantesco fonico dalle orecchie a sventola, che snocciolava l’elenco delle “cose da fare assolutamente” con la solita tracotanza. Ma sì, che a litigare pensassero gli altri. Lui doveva ricaricarsi per il concerto.

Bevve acqua ghiaccio e limone da solo, dormì da solo, cenò da solo.
Più tardi un uomo non tanto alto, piuttosto grasso e con seri problemi di calvizie si presentò alla porta. Lo guardò con una gran voglia di prenderlo a pugni. L’uomo non si scompose e, con una voce leggermente strozzata – una voce da sfigato – gli annunciò che mancava mezz’ora all’esibizione.
Stava per dirgli di levarsi dai piedi quando rimase folgorato da una specie di visione: da un momento all’altro seppe con certezza che quell’uomo era in cassa integrazione e passava le giornate ad accudire la sorella malata di leucemia.
Mormorò un grazie; non riuscì a dire altro.
Come l’uomo sparì dietro la porta, quella sensazione lo abbandonò. Si era fatto suggestionare da qualcosa, forse aveva a che fare con quel senso di nausea di cui non era riuscito a liberarsi.

Indossò l’armatura, così amava chiamare il suo vestito di scena, e salì sul palco.
Con una certa sorpresa si trovò di fronte a una folla numerosa, che era abituato a vedere solo nelle grandi città. Forse accettare di suonare in quel Fogstock o Frugstock, come diavolo si chiamava, non era stato un errore.

Attaccarono con “Hello there” dei Cheap Trick: era da un po’ che aprivano con quel pezzo. Sulle note finali, nel gridìo esultante del pubblico, incrociò lo sguardo di una bella mora che si dimenava nelle prime file. Le sorrise, ma poi distolse bruscamente lo sguardo. In un lampo aveva visto quella ragazza partorire un figlio morto, e poi le sedute dallo psicologo e quelle pillole colorate da inghiottire due volte al giorno.

I pezzi nuovi lasciarono il pubblico un po’ freddo, tranne per “Viola violata”, il secondo singolo estratto dall’ultimo album.
Uno dopo l’altro, passarono tutti i pezzi in scaletta. Mentre cantava e saltava sul palco, stava ben attento a non guardare nessuno. Si concentrava sui testi, sulle parole, sulla luce, sulla voglia di dimenticare quei due “flash”. Non doveva capitare mai più. Non era un dannato veggente, era solo un rocker, cazzo!

Venne il momento di pagare il debito col passato e suonare il trittico che l’aveva reso famoso. Quando annunciò “Strade blu” un massa di ragazzini si fece largo fra il pubblico, arrivando quasi sotto il palco. Era incredibile come quella vecchia canzone avesse conquistato una generazione dopo l’altra.
Istintivamente li guardò con gratitudine ed entusiasmo. E accadde di nuovo: gli passarono davanti agli occhi le storie private di alcuni di loro: i cazzotti del padre ubriaco alla figlia; un ragazzo che sorprende la madre consumare con un suo compagno di classe; la rottura dei legamenti che aveva impedito a un biondino di entrare nelle giovanili del Cesena.

Allora capì. Finalmente comprese quel senso di nausea. La vita, a volte, fa schifo. Non ha senso o, peggio, ha un senso terribile. E ogni tanto, fosse anche una volta all’anno, c’è bisogno di qualcosa di bello per sopportare, per ingoiare lo schifo.
Per quella gente, quel qualcosa di bello era lui.
Allora vaffanculo la nausea, le visioni, la noia. Anticipò “L’inferno è qui”, si sgolò in “La vita del drogato da giovane” e chiuse con “Starman” di Bowie, che avevano provata solo un paio di volte e non era prevista in scaletta se non per le date di fine settembre.

Chiuse il concerto che stava piangendo. Dopotutto, di quella bellezza aveva bisogno anche lui.

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