I demoni di Dostoevskij: un romanzo bizzarro, inspiegabile, micidiale. Come un demone

Leggere un Dostoevskij o un Tolstoj è un’impresa nel vero senso della parola: la lunghezza e la portata delle opere principali di questi due giganti della letteratura russa richiedono un tempo e un’applicazione quasi paragonabili al tempo e all’applicazione necessari a dirigere un’azienda.

Me ne rendo conto, il paragone è un po’ esagerato, e poi non vorrei offendere nessun imprenditore – specie in questo momento delicato – ma io la vivo proprio così. La lettura de I demoni – uno dei grandi romanzi di Dostoevskij, da mettere insieme a L’idiota, Delitto e castigo e I fratelli Karamàzov – mi ha richiesto oltre due mesi. Un po’ perché non è un romanzo avvincente, nel senso che non inizi un nuovo capitolo “per vedere come va a finire”, un po’ perché nella vita faccio anche altro. Bene, quando ero pressappoco a metà del romanzo, una mattina, colto da un (demone?) momento di trans letteraria, ho inciso il seguente monologo. Lo riporto con qualche aggiustamento, per renderlo più comprensibile (i più pigri possono “ascoltare” il video di YouTube).

Monologo a proposito de I demoni

I demoni racconta le storie di uomini spregevoli, che commettono delle bassezze, e di rivoluzionari, illuministi che hanno perso ogni percezione del bene e del male perché vedono e giudicano tutto alla luce del loro scopo ideologico, puramente ideologico. Leggendo le bassezze compiute da questi personaggi, la prima reazione è quella di ritrarmi, inorridire; non perché siano azioni particolarmente gravi – si legge di peggio nei romanzi moderni – ma perché queste piccole e grandi violenze sociali, da un matrimonio fatto per una scommessa persa alla seduzione per sfizio di una ragazzina, una giovane donna – perché per il tempo una femmina a 14 anni era già una giovane donna – tutte queste cose da un lato mi fanno inorridire, dall’altro, pensando alla vita di tutti i giorni, mi chiedo: le mie bassezze non sono simili a queste? Non dico uguali, perché queste sono più gravi, ma non sono simili? E non è forse vero che anche nel mondo di oggi si sta perdendo il confine tra bene e male? Cos’è male oggi? Ormai sembra che male sia solo rubare in casa altrui, derubare gli anziani, uccidere (con qualche eccezione, come l’aborto, che è permesso); oppure, che cos’è male? Il male è l’ingiustizia, sono i politici corrotti; però il male non è sfruttare il collega di lavoro, sfruttare una persona più debole che ci è sottoposta; il male non è vivere una relazione per gioco con una persona che magari è innamorata per davvero; questo non è più vissuto come male, è vissuto come normalità.

I demoni riesce a provocare quella reazione, almeno in me, per cui mi viene da dire: ma che cos’è male? Che cos’è che sto facendo nella mia vita? Devo aprire un attimo gli occhi per vedere che cos’è male e che cosa no.

Ovviamente I demoni non fa solo questo: i demoni sono anche il presupposto per qualcosa che non è demone; e che cos’è questo qualcosa che non è demone? È il tormento che vivono questi uomini. Nella loro genialità, perché Stepan Trofimovič, Pëtr Stepanovič e Stavrogin sono brillanti, gli altri sono dei sempliciotti, ma loro sono brillanti, sono uomini intelligenti, uomini che potrebbero fare grandi cose nel mondo, invece vivono una vita vuota, dissoluta, oltre i limiti della legge e della morale, poi però in certi momenti c’è un moto della coscienza che li tormenta. Li tormenta perché fa nascere il dubbio, fa nascere almeno il dubbio che ci sia qualcosa che non va. Ma non perché stiano facendo il male, non perché stiano tenendo dei comportamenti non corretti per la morale o per la legge, ma è come se gli sorgesse il dubbio che ci può essere qualcosa di più grande, qualcosa di più interessante per cui vivere. Questo è fondamentale, è fondamentale che ci sia questo dubbio, perché penso che nessuno possa dire di essere completamente felice, a meno che non senta già di vivere per qualcosa di più grande.

I demoni è una lettura difficile, è una lettura che per molte pagine mi fa dire: e quindi? Cosa ci sta dicendo qui, dove ci sta portando Dostoevskij? Si seguono le vicende di tanti personaggi: abbiamo un protagonista nelle prime trecento pagine (Stepan Trofimovič), poi il protagonista diventa un altro, con un cambio di prospettiva: prima osserviamo una vita vissuta nel timore, un uomo che pare debba fare qualcosa di grande, ma si ha la sensazione che non ne sia realmente capace, stritolato com’è tra l’ignavia e la paura di scoprire di essere un uomo qualunque; poi si passa a un altro personaggio, Stavrogin, che invece potrebbe sì compiere qualcosa di grande perché ha i mezzi economici, è nobile, ha i terreni; invece è come posseduto da una pazzia che ogni tanto emerge e prende il sopravvento: è il suo lato peggiore, da cui si lascia dominare, cedendo al piacere malsano di fare il male. Ed è bello quando dialoga con Tichon, un monaco che pare abbia dei doni particolari: a tratti sembra un dialogo tra due pazzi, però a un certo punto Stavrogin tira fuori i suoi appunti, glieli dà e lo obbliga a leggerli. Sono la sua confessione, il resoconto di tutto il male che ha fatto. Lui ha bisogno di dirlo a qualcuno, ha bisogno di raccontare la sua vita, cose mai sentite fino adesso: la sua parte di vita nascosta, che non ci è stata narrata nella prima parte del romanzo. Ha bisogno di raccontarla a qualcuno, a questo sconosciuto, un monaco, una specie di santone, una figura che in Russia è molto nota: è un “pazzo di Dio“. Questo gesto è come dire: tutto il mio male non inizia e non finisce in me, ho bisogno di un altro con cui condividere anche il male, con cui condividere anche il dubbio.

I demoni: vacuità e grandezza

Per molte pagine Dostoevskij ci costringe a una lettura d’attesa – attesa che succeda qualcosa – proprio come la vita di Stepan Trofimovič si consuma nell’attesa di qualcosa di grande.

Proprio come la nostra vita è spesso poco interessante agli occhi di estranei, se non per rari avvenimenti che raccontiamo perché divertenti, importanti o particolarmente drammatici, I demoni snocciola perlopiù fatti non memorabili, scarsamente coinvolgenti, un po’ tediosi se vogliamo dirla tutta, salvo poi accendersi di tanto in tanto non come una lanterna, ma come un vero e proprio sole letterario.

La grandezza del romanzo e del romanziere sta nella combinazione del grigiore quotidiano con questi flash, ad esempio la conversazione fra Stavrogin e Tichon o la lettura pubblica di Stepan Trofimovič. Certo, questo rende la lettura un po’ faticosa. Non ha il brio dei best seller moderni, che assommano fatti straordinari uno sull’altro per trascinare il lettore in un thriller spesso affascinante quanto irreale. Ha però la portata di una vita.

Raccontare una storia lo sanno fare quasi tutti, mettere su carta una vita solo i grandi della letteratura (e nemmeno tutti i grandi).

 

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