Le 7 ore di Satantango

Satantango di Béla TarrCi troviamo in Ungheria, al crepuscolo dell’URSS. Una sperduta fattoria collettiva è giunta al collasso: i suoi abitanti – una decina – si preparano ad andarsene, confidando di rifarsi un futuro con il denaro che arriverà dalla chiusura della comunità. Il ritorno di Irimiás, carismatico ma insondabile personaggio che tutti davano per morto, cambia i loro piani: Irimiás ha un sogno e si fa affidare tutti i risparmi della comunità per realizzarlo. Sarà l’ennesima fregatura o l’occasione della vita? L’anziano, obeso e alcolizzato dottore della fattoria osserva tutto dalla finestra di casa sua, appuntando le vicende dei protagonisti su un vecchio quaderno.

Premetto che non ho né la competenza, né la voglia di fare una recensione “da critico” di Satantango: richiederebbe un impegno e una caparbietà – bisogna vederselo più volte per trarre un giudizio su un film così lungo ed estraneo alla sensibilità occidentale – che in questo momento non ho. Mi limiterò ad alcune osservazioni.

La prima cosa che mi ha colpito è la fotografia, eccezionale fin dalla prima scena. Un bianco e nero splendido che non solo contestualizza le vicende in un certo periodo storico – un periodo grigio e fangoso – ma “giudica” quelle persone, quella storia, accentuandone la miseria e la piccolezza d’animo.

La seconda: i personaggi. Sembrano presi da un libro di Dostoevskij, con un’importante differenza. Mentre i personaggi di Dostoevskij toccano gli apici della natura umana, dallo slancio di grandezza, a volte mistico, alle più degradanti bassezze, questi si fermano a metà; o meglio: di sicuro non toccano il vertice alto, tendono piuttosto a mostrare la loro umanità grezza, acerba.

Infine, la lunghezza: 7 ore (435 minuti). Satantango è forse l’unico caso di un film che “dura” più del libro da cui è tratto. L’omonimo romanzo di László Krasznahorkai (che è anche sceneggiatore insieme a Tarr) conta circa 300 pagine: un buon lettore può finirlo in meno di 7 ore.

La domanda sorge spontanea: era proprio necessario?

Sì. E no.

Sì, era necessario vederlo, e sì, Béla Tarr voleva proprio farlo così: di 7 ore. Ma no, ne bastavano meno: diciamo 4, forse 3, di certo non 7.

Questa durata eccezionale da un lato lo rende inaccessibile a una buona fetta di pubblico, dall’altro gli conferisce un’aura mitica, che suscita timore reverenziale in chi lo approccia (basta leggere alcune imbarazzanti recensioni amatoriali che si trovano sul web).

Va bene la magnifica fotografia, un bianco e nero che ricorda il neorealismo italiano anni ’40-’50 (in particolare Ossessione di Visconti); va bene i lunghi piani sequenza, i silenzi, i monologhi, i primi piani statuari: va bene tutto, ma c’è un limite. C’è un limite tra l’arte e la ripetizione – ci deve essere! – e Béla Tarr l’ha superato. Accetto il senso, il nonsense, il surreale, il paradossale, il grottesco. Non accetto che un primo piano di un viso immobile si prolunghi oltre il minuto: cosa mi dice di più di un primo piano di trenta, venti, dieci secondi? Semplicemente nulla.

Ma Béla Tarr il film lo voleva fare così, e così l’ha fatto. Amen.

E poi: i nove minuti iniziali di mucche al pascolo, le lunghe sequenze in cui i personaggi camminano in silenzio sotto la pioggia battente, un paio scene in cui ho controllato che non si fosse inceppato il computer perché nulla si muoveva sullo schermo… Insomma: tanti, troppi momenti dilatati all’estremo senza motivo (solo perché a Tarr piaceva così), scene di cui è impossibile ipotizzare il significato. Ma Tarr non è Lynch e non è Tarkovskij: è forse un grande regista, di sicuro ha un marchio di fabbrica originale, maturo e riconoscibile, ma non è Tarkovskij, è solo Béla Tarr, l’uomo dei tempi morti.

Peccato, perché la figura del dottore è grande davvero – non parlo solo della sua stazza elefantiaca – e alcune scene me le porto dietro da giorni, tanto sono dense di vita (come pagine di Kafka). Quindi, in definitiva, grazie signor Tarr per aver dato al mondo un’opera così complessa, ricca e ridondante. Ma soprattutto grazie per non aver concesso il bis (nessun film successivo supera i 150 minuti).

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