L’angelo nero del rock

Racconto scritto per la rivista del Frogstock 2015

La notte è serena, io no.
In casa proprio non riesco a stare: qualcosa mi dice che devo uscire, anche se è quasi mezzanotte e il martedì a quest’ora fuori ci sono solo i gatti in calore.
Frega un cazzo. Le scarpe brutte ai piedi, cammino lontano dai lampioni, senza meta.

Prendo la via degli orti, costeggio il fiume, mi impolvero nella terra che d’estate diventa sabbia, ascolto le rane e sobbalzo un po’ quando canta un uccello notturno.
Quasi senza rendermene conto, sono al Rio Ferrato, poi la ciclabile bianca come una riga di cocaina mi porta a Riolo.

La mente è aria, ma i miei passi vanno sicuri al parco fluviale. Vedo una panchina e capisco che è lì che sto andando.
Il legno mi accoglie fra le sue braccia magre e nodose, il cielo è un nonno preoccupato che coi suoi mille occhi segue a distanza la mia piccola odissea. Eppure sento che c’è troppa aria fuori e dentro me, e non basta esser soli per esser liberi.

Si affacciano un paio di pensieri alcolici e già mi vedo con il bicchiere di grappa in mano a fumare un sigaro nel giardino buio davanti a casa, quando avverto una presenza al mio fianco. Trattenendo il fiato giro lentamente la testa: qualcuno è seduto sulla mia stessa panchina, a mezzo metro da me. Non sembra tanto alto; sotto la giacca di pelle si indovina un corpo minuto. Anche il mio misterioso compagno si volta verso di me: i suoi capelli crespi sono neri e grigi e nascondono parzialmente una fronte ampia e piatta; il viso è tutto sommato piccolo, emaciato, solcato da rughe profonde. Nei suoi occhi neri un’antica inquietudine riposa sotto uno strato di calma secolare.
“Sapevo che saresti venuto qui” mi dice Lou Reed.
“Sapevi… qui? Come?” balbetto, ormai più sbigottito che impaurito.
“Siamo uguali io e te.”
“Io e te: uguali?”
“Non devi temere quel che senti.”
“Chi ti dice che lo temo?”
“La tua presenza qui, in piena notte, a piedi, solitario come un cowboy.”
“Anche tu sei da solo.”
“Io non sono mai solo. Un tempo lo sono stato, ora non più.”
“Ma tu sei morto.”
“Bella scoperta. Il problema è che tu sei vivo.”
“Non mi sembra un gran problema…”
“Avevo poco meno della tua età quando sono diventato la più grande rockstar della storia. O il più grande drogato della storia del rock, vedila come vuoi. A volte, dopo un concerto in qualche buco di locale che odorava di piscio ed eroina, mi svegliavo sul pavimento appiccicoso di uno scantinato mai visto, e il bello sai qual era? Che avevo ancora un ago infilato nel braccio.”
“Io non mi drogo, non ho mai fumato neanche uno spinello.”
“Il problema della vostra generazione è che pensate che la risposta stia nel non fare quello o non fare quell’altro. Vi hanno ficcato in testa tante di quelle idee del cazzo per farvi sentire a posto… ‘Cura il tuo corpo!’ ‘Mangia sano!’ ‘Evita i vizi!’ ‘Conduci uno stile di vita regolato!’ Cazzo. Ai miei tempi Chris Martin avrebbe fatto hamburger a SoHo.”
“Io cerco di fare il meglio che…”
“A vent’anni ho scoperto di avere un buco grosso così nel cervello; allora c’ho infilato dentro tutta l’eroina che ho potuto, e anche qualcosa di più. Quando ero troppo fatto per farmi di nuovo, mi attaccavo alla bottiglia – c’era sempre una mano che me ne passava una. E poi sono venuti i grandi anni della metedrina, ma quel cazzo di buco continuava ad allargarsi. Finché ho capito che non l’avrei riempito mai. Allora ho smesso di provarci. Hai capito la differenza fra voi e me?”
“Non proprio… ma non hai detto che siamo uguali?”
“Siamo uguali, perché quel buco ce l’abbiamo entrambi. Ma tu e quelli come te vivete come se non ci fosse. Come se bastasse metter da parte due soldi alla fine del mese, un aperitivo in spiaggia e un cinema con una ragazza.”
“E tu come hai fatto?”
“Mi sono seduto e li ho aspettati.”
“Chi?”
“I miei demoni. Il vuoto interiore, il male di vivere, chiamalo come cazzo ti pare. E quando sono arrivati, mi hanno fatto compagnia fino alla fine.”
“Non so se ho capito… senti, Lou, io adesso mi andrei a letto, magari ne parliamo un’altra volta.”
“Non è la solitudine, l’insoddisfazione o la mancanza di qualcosa che ti definiscono: è quello che ami.”
Deglutisco.
Passo un minuto a osservare l’erba che danza irregolare sulla spinta del vento, intanto le sue parole mi esplodono dentro come granate. Ne passa un altro. Mi scuoto e gli chiedo:
“Ma tu cosa ci fai qui?”
“Quello che ci fai tu. Siamo su un terreno che da oltre vent’anni è impregnato di rock ‘n’ roll; un posto per gente inquieta, come te e come me.”
“Come la mettiamo con il fatto che sei morto da un paio d’anni?”
“I giornalisti mi chiamavano ‘l’angelo nero del rock’. Non sbagliavano: lo sono per davvero.”

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