I “Nove racconti” di Salinger

Stamattina ho scovato questa recensione dei Nove racconti di J. D. Salinger fra le bozze del mio sito. Quando la scrissi, circa un anno fa, mi mancò un pizzico di incoscienza per pubblicarla. Oggi, che dei Nove racconti ricordo quasi nulla, la do in pasto al web senza remore.


Lo ammetto: ho un problema con Salinger. Pensavo di averlo accantonato definitivamente dopo Il giovane Holden – mezza delusione, mezza irritazione – ma Nove racconti aveva un titolo così presuntuoso, così definitivo, che ho finito per prenderlo (in prestito in biblioteca, mica sono pazzo).

Sì perché sono nove racconti, e non “il meglio di…”, “Pinco Pallino e altri racconti” o che so io: nove racconti, punto e basta. Un po’ come se i comandamenti fossero nove: I nove comandamenti. E chi se li filava? Invece questi Nove racconti di Salinger sono ancora oggi un punto fermo per chi scrive e insegna a scrivere.

Tra Raymond Carver e Flannery O’Connor

Mi lancio in un paragone temerario: questi racconti da un lato sono “veristi” come Carver, dall’altro tragici come la O’Connor. Ma Salinger non è né Carver, né O’Connor. Per carità, scrive benissimo: bisognerebbe leggerli, anzi: studiarli, per imparare come scrivere i dialoghi, introdurre i personaggi, costruire storie quotidiane piccole ma uniche.

Insomma, è tutto è perfetto. Però, a leggerlo, ci si annoia. O meglio, io mi sono annoiato. Da morire.

J. D. Salinger che si annoia leggendo i "Nove racconti"

J. D. Salinger che si annoia leggendo i “Nove racconti”

Perché Salinger crea personaggi perfetti per un romanzo, ma che in un racconto ci stanno stretti. Non hanno la semplicità dei personaggi carveriani: non sono uomini comuni; ognuno ha una sua eccezionalità, oppure compie qualcosa di singolare.

Al pari della O’Connor, in molti racconti c’è una spada di Damocle pronta a cadere su uno dei personaggi. E puntualmente cade nell’ultima pagina. Ma Salinger crea un’atmosfera che non è neanche lontanamente paragonabile al cupo presagio che si respira nei racconti della O’Connor.

Riassumendo, abbiamo dei bei personaggi che non fanno alcunché di interessante, oppure vivono situazioni estreme. Qui veniamo a uno dei miei cavalli di battaglia: è proprio necessario introdurre un avvenimento limite? Parlo della morte, del suicidio, del divorzio o di qualunque altro fatto che nella vita delle persone di solito accade non più di una o due volte.

Io dico di no. Carver la pensa allo stesso modo: basta leggerlo per capire come non gli sia necessario ricorrere a un fatto straordinario per catturare l’attenzione del lettore.

O’Connor dice di sì: ma i suoi racconti sono traversate dell’Acheronte, cupi drammi umani dove la violenza si alterna a una salvifica trascendenza. In un contesto simile, l’epilogo tragico non solo è giustificato, ma addirittura necessario.

Salinger – è innegabile – con le parole faceva quel che voleva. Peccato che quel che Salinger ha fatto con le parole non sia interessante.

Però, che bella questa copertina vintage…

J. D. Salinger - Nove racconti copertina edizione inglese

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