Il mulino del Po, il romanzo fiume di Riccardo Bacchelli

Il mulino del Po è un romanzo di Riccardo Bacchelli che narra la saga della famiglia Scacerni, molinari sul Po ferrarese, dalla ritirata napoleonica di Russia nel 1812 alla Grande Guerra sul Piave, nel 1918.

Uscito in 3 volumi dal 1938 al 1940, con un totale di 2113 pagine, Il mulino del Po è un’opera colossale, un romanzo ottocentesco fuori tempo massimo, che dà del tu a I promessi sposiGuerra e pace e Mastro-don Gesualdo.

Il mulino del Po - Riccardo Bacchelli, Mondadori, 3 volumi

La trama del Mulino del Po

Volume primo – Dio ti salvi

Nel primo volume assistiamo alla vicenda di Lazzaro Scarcerni, dalla ritirata di Russia all’aurora boreale del 1848, presagio di future tribolazioni. Quello di Lazzaro è un percorso fatto di lotta e redenzione. Per regalarsi un futuro, sfrutta l’eredità lasciatagli da un commilitone anticlericale per acquistare un mulino. Quel denaro “maledetto”, ottenuto dalla rivendita di gioielli sacri rubati, gli graverà la coscienza fino alla necessaria purificazione. Ma la vita sul fiume è piena di insidie, e lo porta a scontrarsi prima con un grosso ricettatore e contrabbandiere di Ferrara, detto il Raguseo, poi con il suo stesso garzone. Anche la sua vicenda famigliare è tormentata: la giovane moglie Dosolina ha un parto travagliato, dando alla luce un figlio albino, brutto e sgraziato, così diverso dal padre. Verrà soprannominato Coniglio Mannaro, per la sua pavidità e la scaltrezza negli affari.

Volume secondo – La miseria viene in barca

In La miseria viene in barca – a mio giudizio è il più debole dei tre – assistiamo al passaggio di consegne da Lazzaro a Coniglio Mannaro. Il figlio preferisce la vita di terra a quella di fiume, e si dedica al commercio di granaglie per il governo austriaco con metodi al limite della legalità, inimicandosi il popolo. Con uno stratagemma grottesco sposa Cecilia, la giovane orfana accolta in casa Scacerni quasi come una figlia adottiva. I due avranno sette figli. Il primogenito, Lazzaro, morirà al fronte dopo esser scappato di casa per arruolarsi con Garibaldi. Sarà un duro colpo, soprattutto per Coniglio Mannaro. Ma lo scellerato padre crollerà solo alcuni anni più tardi, quando una prevedibile piena del Po gli devasterà il podere (anch’esso ottenuto con l’inganno). Coniglio Mannaro ammattisce e finirà i suoi giorni in manicomio. Cecilia resta con sei figli e due mulini da gestire, ma l’alluvione ha distrutto i raccolti e non c’è nulla da macinare.

Volume terzo – Mondo vecchio sempre nuovo

In Mondo vecchio sempre nuovo, due calamità si abbattono sui già prostrati molinari: una tromba d’aria che quasi annienta i mulini, e la tassa sul macinato. Indebitata per riparare i mulini, Cecilia cerca di evadere la tassa sul macinato prendendosi grandi rischi, che la porteranno a perdere un mulino. La fine sembra vicina, ma un nuovo padrone affida loro tutto il suo grano da macinare, aiutandoli a ricostruire il mulino perduto. Ma ancora una volta la Storia ci mette lo zampino: le nascenti leghe contadine, in lotta con i padroni per avere le terre, seminano zizzania fra il popolo. Famiglie amiche da sempre si tolgono la parola, scioperi e boicottaggi inchiodano l’economia locale, esasperando le persone. Le conseguenze peggiori colpiranno due giovani innamorati: Berta Scacerni, figlia di Cecilia e boicottata in quanto macinano per il padrone, e il suo promesso Luca Verginesi, figlio di contadini che aderiscono alla lega. L’epilogo del loro amore sarà quando di più tragico si può immaginare.

L’epilogo introduce l’ultimo degli Scacerni, anch’esso chiamato come il bisnonno: Lazzaro. Giovane e forte, bello e di gran cuore, sembra la reincarnazione del bisnonno. Ma la Grande Guerra non avrà pietà di lui: cadrà sul Piave, a battaglia vinta, dopo essersi distinto per temerarietà e prestanza fisica nel lavoro di pontiere.

La lezione di Bacchelli

Pochi scrittori nel corso della storia si sono cimentati nella stesura di romanzi così corposi; ancor meno con un impegno umano e storico come quello di Bacchelli. Io credo di aver trovato ne Il mulino del Po l’essenza, o parte dell’essenza della vita di Bacchelli. Il suo intento non era raccontare la storia di una famiglia ferrarese dell’Ottocento, dare uno spaccato di un’epoca o farci vivere la Storia d’Italia attraverso tante piccole storie. Certo, ha fatto anche questo ed egregiamente, ma credo abbia voluto farci incontrare un’umanità diversa, perché non andasse perduta.

Com’era questa umanità? A definirla in poche righe la rovinerei. Eppoi di umanità ne ha raccontate tante: dall’anarchico al nobile decaduto, dal socialista al padrone, dal contrabbandiere al parroco di campagna, dai primi popolani illuministi ai papi, e via così.

Di sicuro ha raccontato delle fedi autentiche. La fede semplice, spontanea, capace di indirizzare una vita ma che si lascia metter da parte il tempo di un regolamento di conti. La fede atea di chi credeva in un mondo senza classi, dove i più poveri non esistono più. E la fede nel denaro, passione e tormento per chi lo bramava senza altri scopi che il possesso.

E poi ha raccontato la Storia. Non per sommi capi: quelli, Bacchelli, sottintende che li conosciamo, e bene anche.

Ci ha mostrato come le mosse dei capi di stato interferivano con la vita del popolo. Da una parte correva la Storia, dall’altra c’era gente che viveva giorno per giorno, ignara della maggior parte dei grandi fatti. In tal modo ogni conseguenza diretta per il popolo arrivava come un fulmine a ciel sereno: fino a ieri facevate così? Da oggi si cambia. Spesso erano mazzate, come la tassa sul macinato o l’arruolamento dei giovani per guerre che erano solo echi lontani, contro nemici sconosciuti. Insomma, quando la Storia entrava nelle vite del popolo nascevano i problemi.

Stralci de Il mulino del Po

Non c’è miglior modo per comunicarvi Il mulino del Po che darvene un assaggio. Siccome ho un buon appetito e penso voi non siate da meno, ve ne darò più di uno.

Padron Lazzaro ci spiega come funziona il mondo

– Quando si è stati al mondo un pezzo, e se ne son viste tante, a ripensarci si conosce che il mondo è una matassa: o che vogliamo dipanarla, o che vogliamo arruffarla, il capo sta sempre in mano a chi ci ha fatto, e sa lui come e perchè. Quando s’è capito questo, ragazzi, possiamo ben studiare le stelle e la luna, e le comete e il sole di notte, come questo qui! Da capire non c’è altro: Dio ha il capo della matassa.

Sul matrimonio

Ella poteva più presto odiarlo, suo marito, che non abbandonarlo. E finalmente è questa la silenziosa e semplice grandezza della donna italiana, anzi cattolica, conformata all’antichità possente d’un istituto solenne, e due volte romano.

E qui non sapremmo dire fino a che punto il caso sembrerà strano, o forse inverosimile, o magari irragionevole, ai cosiddetti spiriti moderni; ma era affatto ordinario, trattandosi d’una moglie secondo una nazione presso la quale nessun sentimento, profondato nell’animo e dalla religione e dalla legge e dal costume, fu più radicato e costante di cotesto dell’indissolubilità matrimoniale, sentita, non che imperativo morale, come un inevitabile, cui violenza di passione può bensì sforzare, ma non infirmare ed eludere ragion sofistica. Che se poi vi fosse a chi sembrin queste parole andar troppo in profondo ed in grave, per trattarsi d’un semplice animo, che viveva, ignaro, tali sentimenti, la fatua obbiezione mostrerebbe senz’altro l’esempio e la prova che nei semplici vive troppo più spesso che non negli astrusi, o che astrusi e sottili si credono, gravità e profondità di sentimenti e di principii. In cui poi si potrebbe leggere pure un portato del momento eroico, così forte nella natura italiana, del trasporto d’amore; il cui grido non può contentarsi di un: «Facciamo un esperimento», ma vuol essere: «Per sempre»; se non che Cecilia mugnaia non era stata mai innamorata di suo marito, il che dichiara anche meglio il suo sentimento: tutto matrimoniale e materno, poichè c’erano i figli e il sacramento, e tanto bastava.

Una dichiarazione d’amore

Aveva la febbre; e forse fu questa a fargli dire parole che altrimenti Cecilia avrebbe sempre ignorate. Fu anche, a dargli ardire, la notte ormai buia, mentre eran già quasi ai mulini. Fu di certo il detto di Cecilia commossa:

– E io, voi, vi tenni e vi tengo in conto d’un fratello, Schiavetto.

– Lo so, – diss’egli, – ma vi siete mai chiesta, la mia padrona, perchè non ho mai presa moglie?

– Moglie? No, Schiavetto, non me lo sono mai chiesto.

– Perchè quella che avrei sposata io, una padrona di mulino, non era da pensarci, un garzone come me; perchè quella di cui mi innamorai io, non ero da lei. Non vi offendete, che le ho voluto tanto bene, Cecilia, a quella donna!

– Alla età che ho, me lo dite? – esclamò Cecilia, fra stupita e intenerita, e anche divertita e per di più nel sano intento di fargli coraggio collo scherzo.

– Ve l’ho detto, perché ho io l’età che ho, – le rispose Schiavetto, rimettendo ogni cosa nell’ordine giusto e naturale.

Sul Governo

– Vengo anche alla gente istruita, proprio agli avvocati: voglion il governo per loro? Ma quando l’avessero pagherebber loro le tasse e le gabelle? Andrebbero loro alla guerra? O non farebbero come l’altra volta, proprio al tempo dei francesi? Noi della campagna non sappiamo tante cose, e per questo abbiamo buona memoria. Il governo della gente istruita seppe metter tante tasse e tante leve, che mai più. Date retta a me, il mio uomo; pesce grosso mangia il piccolo. Mettete gente di penna al governo, e vedrete se non fa come gli altri. Eppoi, questi che ci sono adesso al governo, in ogni caso han già mangiato; quelli che andasser nuovi, porterebbero un appetito fresco: dov’è la convenienza per chi, in un caso o nell’altro, deve dargli il boccone?

Sulla fede e la lega

– Ascoltatelo, – soggiungeva allora, – ma se sparla della fede, allora state sicuri che straparla e sproposita. Su questo punto non vi lasciate imbrogliare, ricordatevi che è il più importante. Quanto a me, son troppo vicino alla morte per metter l’anima a repentaglio. L’ho lì dietro l’uscio e al capezzale, la morte che aspetta; e l’inferno, grazie a Dio, mi fa troppa paura.

Così dicendo, il vecchio tornava schietto e sincero, quello che era stato sempre per l’innanzi. Poi, quando i giovani tornavano dopo essere stati al circolo, li interrogava lungamente su quanto avevano udito.

Da questi estratti – e ce ne sarebbero tanti altri! – capirete perché concordo con Indro Montanelli quando, nella Nota all’edizione Mondadori dice:

Eppure non riesco mai a restare a lungo lontano dai suoi mulini, e ogni poco ci torno come a ricercarvi il senso della mia stessa vita. Ce la ritrovo tutta, sebbene si sia svolta in un paesaggio tanto diverso, più mosso e tagliente e arguto, di questo greve, immobile e massiccio della Padania.

Notate bene l’eppure iniziale: questa frase sta nella morsa di altre due: nella prima muove alcune osservazioni a Bacchelli, alla sua prosa e al “suo antilluminismo”; nella frase seguente dichiara che “la vita di senso non ne ha”. In questo lo contraddice Il mulino del Po, con la sua magnifica chiusura:

[…] finiva la gesta dei mugnai del mulino di Po, cominciata la notte d’un disastro lontano, anche su un fiume, perduto nel tempo che volge e rivolge coi giorni e con noi ogni cosa nel segreto di Dio.

Come diceva padron Lazzaro, la matassa ” o che vogliamo dipanarla, o che vogliamo arruffarla, il capo sta sempre in mano a chi ci ha fatto, e sa lui come e perchè”.

Nota su Riccardo Bacchelli

Riccardo Bacchelli, autore de Il mulino del PoRiccardo Bacchelli (1891-1985) è uno scrittore bolognese noto principalmente per due romanzi storici: Il mulino del Po e Il diavolo al Pontelungo. Attivissimo su più fronti, dal teatro alla tv alla stampa, è stato un personaggio di spicco della cultura italiana del Novecento.

Oggi i suoi numerosi romanzi sono praticamente introvabili, e la sua memoria è affidata a quest’unica opera, Il mulino del Po. A noi non resta che leggerla, consigliarla e regalarla, sperando in una riscoperta di Bacchelli anche da parte del mondo editoriale.

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