Duello

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C’era una strada, non lunga e non polverosa, anzi. Così stretta che lo sputo di un ubriaco l’avrebbe trapassata da parte a parte.
Sulla strada un uomo.
Il suo cappello a bombetta s’allungava nell’ombra di metà pomeriggio.
Avanzava trascinando i piedi, lasciandosi alle spalle sforacchiate nubi di fumo. Un sigaro corona gli galleggiava nella bocca. Fumava solo corona, beveva solo cognac, amava solo la sua colt.
Non ci voleva un buon nome e un grosso conto in banca per essere rispettati. Bastavano cinque proiettili in una rivoltella.

Dietro la collina, dopo gli alberi, uno spiazzo roccioso. Nello spiazzo, una camicia; dentro la camicia, un uomo. Secco, pochi capelli, un cappello calato sulle spalle e il sole a indurirgli le tempie. Lo sguardo frugava tra l’erba stopposa e le rocce: studiava l’ambiente. Non era male per morirci.
L’uomo con la bombetta arrivò nello spiazzo, divaricò le gambe, si piegò sul ventre adiposo e raccolse qualche pietra. Ne aspirò a fondo l’odore, sapevano di nulla.
Un duello prevedeva due uomini intenzionati a risolvere una qualsiasi questione con una qualsiasi arma, alla presenza di un qualsiasi testimone. A questo serviva il ragazzetto di sette anni appollaiato sul primo ramo dell’ultimo albero della boscaglia.

Gli uomini, due uomini, si cercarono con lo sguardo. Bombetta sudava ansia, ma il cuore era saldo. Pelato era una lucertola al sole, pronta a scattare al sopraggiungere del pericolo.
I loro occhi si trovarono, tutti e quattro. Il ragazzo gridò il segnale. Estrazione, pollice sul cane, indice sul grilletto.
Bam bam!
Due bam, una sola pistola.

Bombetta finì in ginocchio, poi a terra. Morì col volto sul suo braccio sinistro, preferito a un destro troppo lento per uccidere.
Sua moglie piangeva a non molti chilometri da lì. Sua moglie conosceva il suono della sua colt, sua moglie non l’aveva sentito. Sua moglie piangeva.
Pelato lasciò cadere la pistola. L’urto provocò un rumore sordo. Se lo lasciò alle spalle e corricchiò verso il bosco, con le gambe leggermente arcuate. Avrebbe suscitato un sorriso nel ragazzetto sull’albero, se quell’uomo che correva buffamente non avesse appena ucciso suo padre.
Al primo albero si calò le brache e urinò. Immaginate tutto questo fatto in fretta, se vogliamo pure con un pizzico di ridicolezza.
Niente di solenne in una pisciata nervosa.
Tirò su i pantaloni, non così polverosi come ci si aspetterebbe, espirò a fondo e riallacciò la cintura. Pelato non era sempre stato così. Un tempo non era un killer, e non era nemmeno pelato. Un tempo nessuno era quel che diventa.
Si avvicinò all’albero del ragazzino e lo guardò dal basso all’alto. Col sole che filtrava tra le fronde, scorgeva appena il viso bruno e i capelli disubbidienti del ragazzino.
«Puoi scendere se ti va» fece una pausa, masticò qualcosa e riprese: «una donna in paese sta preparando zuppa di porri».
Si voltò e camminò lentamente fino alla rivoltella. La ritrovò dove l’aveva lasciata. Non gli era mai capitato con una donna, rifletté.
Si chinò a raccoglierla, uno sbuffo gli sfuggì dalle labbra. Solo quando fu di nuovo ritto sulle gambe lo sentì. Era alle sue spalle, il respiro leggero appena udibile tra una ventata e l’altra.
Ripose l’arma nel fodero, si girò e gli passò una mano fra i capelli. Qualcuno, da qualche metro di distanza, avrebbe potuto vedere affetto in quel gesto.
Il ragazzo aveva gli occhi neri come i capelli, grossi e spenti. Sembravano sul punto di piangere, ma il ragazzo non glielo avrebbe permesso e Pelato lo sapeva.
«Sei un bravo ragazzo» disse, ma non c’era misericordia in quelle parole.
«Saluta tuo padre, in fretta: ho una fame da iena.»

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