Into the wild (2007)

Pensavo fosse la storia di un tizio che strippa, molla tutto e va a vivere in un bosco. Non avevo capito nulla.

Christopher McCandless nel 1990 ha 22 anni, neolaureato, di famiglia benestante; sulle spalle un rapporto difficile con i genitori. Di punto in bianco molla tutto senza dirlo a nessuno. Gira l’America, arriva in Messico in kayak e risale fino all’Alaska. Lavora dove capita, quando serve. Lavora bene, lavora solo per acquistare il necessario per i suoi viaggi e per il suo sogno: l’Alaska.

Nel suo girovagare incontra alcune persone. Non le conosce, le incontra: un incontro è più di una conoscenza, un incontro lascia il segno. Lui lascia il segno. Lascia il segno perché non è in viaggio per semplice spirito di avventura o di ribellione, ma per trovare l’essenziale. Chi lo incontra glielo legge in faccia e ne resta affascinato.

Into the wild è un viaggio quasi mistico, interiore ed esteriore, perché la vita spirituale, se vissuta seriamente, ha conseguenze anche sulla vita materiale. “Non datemi l’amore, non il denaro, non il lavoro, non la famiglia, non la giustizia, quello che voglio è la verità!” La verità, per iniziare a “chiamare le cose con il loro vero nome”. Il bello è che alla fine trova l’essenziale, scopre la verità, e cala il sipario. O forse si alza.

Sean Penn dirige il film alla grande. Niente retorica, niente pomposità, niente moralismo. Christopher McCandless è sempre un ragazzo, mai un eroe. Non servono sermoni per colpire al cuore lo spettatore. E Into the wild ci riesce benissimo.

Into the wild di Sean Penn: la cover del dvd

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