Il ristorante

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Michele se ne stava seduto al tavolo diciotto a sorseggiare vino, brevi sorsi frequenti accompagnati da rapidi sguardi a nessuno in particolare. Un’occhiata all’orologio per scoprire che gli altri erano in ritardo di venti minuti. “Come sempre” pensò rassegnato.
Per quanto ci provasse, proprio non gli riusciva di arrivare tardi, nemmeno di quei dieci minuti tattici che consentono di evitare l’imbarazzo iniziale e le frasi di circostanza, frasi che nessuno voleva stare a sentire ma alle quali ognuno sempre ricorreva.

Riempì nuovamente il calice; era ormai il terzo bicchiere, il petto era già caldo e le gote rosse appena. Se lo portò alle labbra con un movimento distratto e bevve. Aveva il naso nel bicchiere quando una giovane donna apparve nei suoi occhi; i capelli mori e lisci scendevano a carezzarle le spalle nude, una frangia egizia le copriva l’ampia fronte appena in tempo, poiché il viso fuggiva veloce fino al mento, stretto ma rotondo.
Gli occhi – scuri e vispi, riparati da rapide sopracciglia d’un nero robusto – si posarono un po’ ovunque, incontrando quelli di Michele per lasciarli timidi e pieni di desiderio. Il piccolo naso rispettava l’armonia del viso, e conduceva l’osservatore a vivide labbra, strette e frizzanti come le sopracciglia. Michele contemplò a lungo la ragazza, nascosto dietro un bicchiere di Gutturnio che ormai non voleva più.

Passarono minuti, cinque o mezz’ora poco importava. Quella visione aveva avvilito Michele, il cui animo sensibile era reso ancora più debole dal vino. Al cospetto di quella ragazza tutto gli sembrava senza tono, pareva che la vita stessa fosse indegna d’esser vissuta. Lo sguardo vacuo passava dal rosso del vino alla gialla luce della lampada e solo di tanto in tanto si spingeva fino a lei. Michele ne stava adorando il modo di discorrere, la poca gestualità e l’elegante mimica facciale, quando una mano lo scosse senza garbo. Michele si volse, 30 vagamente iroso, per sbattere nel sorriso bonario di Mario.
«E bravo Michele, vedo che ti sei portato avanti con i lavori!» disse Mario, alludendo alla bottiglia di Gutturnio vuota per metà.
«Eh già. Gli altri sono con te?».
«Riccardo sta parcheggiando, Nicola invece l’abbiamo superato sulla via, sta venendo a piedi».
Due battute e già Michele si era dimenticato di tutto. L’affascinante ragazza e la profonda tristezza era già alle spalle, quasi non fossero mai esistite.

Insieme ai tre amici arrivò anche l’appetito e due caraffe di Sangiovese ma Michele preferì continuare sulla strada del Gutturnio. Ben presto i piatti si riempirono di gnocco fritto, tigelle, lardo e ciccioli, prosciutto e scaglie di grana e la conversazione smise gli abiti formali per scadere gioiosamente in una zuppa di calcio, donne scosciate e politica avvinazzata.

Ogni tanto Michele faceva un pit-stop, si estraniava dalla discussione una manciata di secondi per riflettere sulla serata: in quel momento gli pareva non mancasse nulla alla sua vita, con il cuore che s’inorgogliva d’esser finalmente a regime. Ma quel pit-stop si rivelò anomalo, perché Michele sentì d’aver dimenticato qualcosa. Prima ancor della mente ci arrivò l’occhio, che si mise a fissare la ragazza prima che il cervello glielo avesse ordinato. Subiva un’attrazione magnetica per quel viso affilato, e in cuor suo sperava di poter attirare quello sguardo netto e sensuale. Ancora quel pensiero non s’era esaurito che ella si volse verso Michele e lo guardò. Non si trattò di uno sguardo casuale, a Michele parve piuttosto inquisitorio, benché fugace. Si irrigidì sulla sedia, un movimento che cercò di occultare agli occhi di lei e forse vi riuscì. In quella manciata di secondi si sentì perduto: quella donna avrebbe potuto possederlo con un semplice cenno della mano. Ne seguì un moto istintivo di paura e Michele distolse lo sguardo, quasi non fosse suo desiderio esser posseduto dalla misteriosa ragazza. Poi capì: la paura era in realtà vergogna di se stesso e della propria pochezza. Perdersi per uno sguardo, un comportamento che meritava solo derisione.

A quel punto Michele convenne che il pit-stop si era protratto eccessivamente, e tentò di ritornare alla sua serata. Ritenne di riuscirci brillantemente, cogliendo perfino la comicità dell’aneddoto di Riccardo – Riccardo ne aveva parecchie di storielle, era infatti barista – ma poi Nicola gli si rivolse con una strana luce negli occhi.

«Ehi, chi è la signorina al tavolo laggiù?».
«E che ne so io!».
(Michele era sempre scontroso quando mentiva)
«Ma come, se vi siete appena scambiati uno sguardo rovente!».
Michele, capito che non sarebbe riuscito a evitare il discorso, scelse di cedere riservandosi però il ruolo del narratore.
«Mah, è una ragazza che è entrata qui prima che arrivaste voi, è carina no?».
«Carina? È una femmina di razza quella lì. Guarda che portamento…» incalzò Mario.
«E guarda che scollatura…» affondò Riccardo.
Michele li lasciò sfogare in silenzio, concedendo però un sorriso ai commenti sboccati di Mario. Quindi, timidamente, avanzò un: «Fate sempre così ma per me è una roba che… cioè ci sto male».
I tre proruppero in una fragorosa risata, cui si unì anche Michele, conscio dell’assurdità di quel che aveva detto. La risata di Nicola sfociò in un violento attacco di tosse; la gente degli altri tavoli si voltò a guardarlo, incuriosita e disturbata insieme. Michele soccorse l’amico con due pacche fra le scapole, alzando istintivamente gli occhi sulla ragazza, come per scusarsi. Lei lo stava guardando. Questa volta Michele non si fece trovare impreparato e resse lo sguardo. La ragazza lo distolse per prima e non per timidezza, ma per non essere indiscreta. Michele lo capì e preso da mille turbamenti tornò all’amico, dimenticando di ricomporre il proprio viso in una morfologia più conforme alla risata. Riccardo se ne accorse e gli mandò un’occhiata solidale, come a dire “che vuoi farci?”. Michele scosse la testa: non ne aveva idea. Certo non poteva avvicinarla senza rischiare di rovinar tutto con una scena melodrammatica che con ogni probabilità sarebbe risultata solo patetica. Doveva lasciare che la serata si spegnesse lentamente, e con la pancia piena e il boccale vuoto sarebbe stato tutto molto più facile.

Ordinarono formaggi misti e piada e il cameriere, presili in simpatia, si sentì in cuore di offrire una bottiglia di Lambrusco. Ben presto la serata si riaccese e, come sempre accade, proseguì per un’altra strada. Tuttavia Michele proprio non riusciva a sottrarsi a una malinconia intermittente, che di tanto in tanto lo avvolgeva per le caviglie e lo trascinava via. Era una tristezza stupida, immotivata, forse per questo più persistente. In quegli attimi nascondeva gli occhi stanchi e opachi dietro un bicchier di vino, e lo sorseggiava piano piano, tenendolo in bocca finché il sapore amarognolo del vino non gli aumentava la salivazione. Così deglutiva, non sapendo che vino e malinconia vanno a braccetto.

L’orologio segnava le dieci e mezza. Michele si alzò da tavola accennando a una capatina in bagno. Con passo incerto raggiunse la porta di legno della toilette. Aveva bisogno di scaricare un po’ di tensione e un po’ di vino. Aveva bisogno di coltivare la sua malinconia. Chiuse bene la porta dietro di sé, si sedette sul water, mise la testa fra le mani e sognò.

L’amava, capì che l’amava, e la stringeva a sé sempre più forte, sempre più dolce; il petto si gonfiava di sospiri lenti come nuvole, le mani le carezzavano la schiena orgogliosa e spoglia. Il profumo di lei nelle narici, nello stomaco, infine nel cervello. Il suo collo lungo e stretto, nobile collo, bianco e nobile, conduceva a guance piatte e lisce, lattee, lunari, comunque belle. E le sue labbra, boccioli intorpiditi di rugiada, si schiusero per lui, anche per lui, finalmente per lui. E quella notte fu sua. Quella notte, da quella prima notte, per sempre. Amen

Riaprì gli occhi. Seduto in un bagno pubblico, questo era.
Qui giace il più grande stronzo italiano diceva una scritta sulla porta. Sbagliato, il più grosso è a palazzo Chigi ribatteva un’altra. Michele pensò che se fosse rimasto in quel bagno ancora un minuto avrebbe conquistato lui la palma di più grande stronzo italiano.

Un Michele diverso, più sobrio, sereno e quasi gioviale fece ritorno al tavolo. Non gli riuscì difficile inserirsi nella conversazione avviata, dacché si stava sfottendo Nicola per le sue disavventure amorose, tema ricorrente delle loro serate che veniva buono ogni qual volta si creava un momento morto. L’ultima, una certa Luisa che nessuno aveva mai visto ma su cui tutti malignavano, l’aveva scaricato all’improvviso per entrare in convento.
«E meno male che c’è il calo delle vocazioni!» aveva commentato Mario.
Quando si affrontava l’argomento il povero Nicola si faceva ancor più piccolo del suo metro e sessanta e, anche se accettava gli sfottò col sorriso, lui ci stava male. Nicola non aveva l’avveduta ignoranza di Mario o l’intelligenza pragmatica di Riccardo, era profondamente sensibile e si prendeva a cuore ogni cosa. Michele pensava d’esser il solo a comprenderlo, forse perché soffrivano di un disagio simile. Proprio quelle considerazioni su Nicola lo indussero a volgere ancora una volta lo sguardo sulla ragazza sconosciuta. La colse mentre sorseggiava il caffè, aveva gli occhi chini sul tavolo e le labbra semiaperte in un modo che a Michele parve buffo: sembrava una bambina che baciava la tazzina, timida, come se fosse la prima volta. Allora la ragazza alzò gli occhi e lo vide senza guardarlo, tuttavia si dispose ad accogliere lo sguardo di Michele. Non sapendo come reagire, Michele ritrasse lo sguardo con garbo. Un’improvvisa sensazione di pace lo colse e non gli fu difficile capirne il perché: per una volta non l’aveva contemplata estatico ma sottomesso, l’aveva anzi desiderata con forza, mostrando forse quella virilità che in altre occasioni tanto si era premurato di eclissare; era come se d’incanto imbarazzo ed esitazione avessero ceduto il passo a sicurezza e franchezza. Ora sì, Michele decise che le avrebbe rivolto la parola.

In quel mentre, senza preavviso, la ragazza si alzò, prese congedo rapidamente dai suoi commensali e imboccò l’uscita del ristorante. Michele si ritrovò spiazzato: cercò tutte le certezze appena carezzate, invano: erano scomparse come alberi nella nebbia. Si scoprì daccapo, come se non avesse concepito la possibilità che la serata finisse e la ragazza lasciasse il locale.

Eppure doveva succedere, non aveva forse vissuto nel terrore di quel pensiero fino a un attimo prima? Ora si trovava di fronte a un bivio e doveva fare qualcosa. La tentazione fu di rimanere lì, sprofondare in un mare di vino. Invece Michele si alzò, lasciando gli amici con un banale “scusate un minuto”, e infilò la porta con passo svelto. Gettò lo sguardo a destra e a sinistra, ma non vide nessuno. Un simpatico vento settembrino lo avviluppò, sollevandogli i capelli dalla fronte, come per consolarlo. Michele lanciò un ultimo sguardo alla strada sgombra; non vide altro che la solita, ombrosa e rarefatta Bologna. Mormorò con gli occhi una sorta di arrivederci, e si girò per rientrare. Fu allora che la vide.

giovedì 29 settembre – lunedì 10 ottobre 2005

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