Dove vederlo
Il Mel Gibson regista è un uomo che ama l’umanità. E, amando l’umanità, non può fare a meno di Dio. A dire il vero, la parola “Dio” non compare nemmeno una volta in L’uomo senza volto. C’è però la storia dell’amicizia tra un ragazzino difficile e un adulto difficile, un’amicizia che ha il respiro dell’eternità.
Trama de L’uomo senza volto
Charles Nordstadt ha due sorellastre – con la grande ha un rapporto conflittuale, con la piccola confidenziale – e una madre assente, che scivola da un matrimonio all’altro. Il suo massimo desiderio è fuggire da quella famiglia e l’unico mezzo per farlo è entrare nell’accademia militare di West Point, la stessa frequentata dal suo defunto padre.
Purtroppo Charles non è una cima negli studi e difficilmente supererà il test (ha già fallito il primo tentativo). La speranza si riaccende quando incontra Justin McLeod (Mel Gibson), un ex professore dal volto per metà sfregiato che vive in totale solitudine in una magnifica e tetra villa in riva al mare.
Charles e McLeod sono due personaggi scomodi, antipatici, rifiutati dalla società per le loro anormalità. Insieme iniziano un cammino di studio e di vita che si interromperà bruscamente quando il paese scoprirà la loro “relazione”. McLeod, già oggetto di chiacchiere maligne per via del suo volto e del suo passato, verrà sospettato di aver abusato del ragazzo e i due saranno costretti a separarsi.
La difficoltà e la necessità di crescere
Viene immediato il paragone con L’attimo fuggente del leggendario regista australiano Peter Weir, ma L’uomo senza volto a mio parere va più in profondità. A differenza del capolavoro di Weir, un film corale che ha come perno il professore interpretato da Robin Williams, l’opera diretta da Gibson è più intima, esistenziale, si gioca tutta nel rapporto a due dei protagonisti.
Charles ha un rapporto conflittuale con la sorella maggiore e mal digerisce il comportamento sentimentale della madre, giunta al quinto (!) matrimonio; ci sarebbe più affinità con la sorella minore, ma Charles sfoga la sua frustrazione su di lei, tenendola a distanza. I problemi non finiscono in famiglia: il ragazzino fatica a farsi accettare dai coetanei, coi quali vive un’amicizia altalenante. McLeod diventa quindi non solo un insegnante, ma anche un amico e un padre per Charles.
Dopo un’estate passata a studiare insieme, quando il rapporto è costretto a interrompersi c’è la scena cardine del film. Charles raggiunge McLeod sulla spiaggia: i due si fronteggiano a qualche metro di distanza. Il ragazzo vuole sapere dal maestro se le accuse di cui si vocifera in paese sono vere. McLeod gli risponde: “non ho sprecato un’estate per evitarti la domanda”.
In questa semplice frase c’è il significato più vero dell’educazione: non ci si può sostituire all’alunno, al figlio o all’amico per evitargli la fatica di crescere, di vivere, di trovare la verità, ma lo si (deve) può accompagnare nel cammino. Anche mantenendo la giusta distanza, come McLeod con Nordstadt sulla spiaggia.
Questa scena sulla spiaggia mi ha commosso profondamente perché racconta una verità esistenziale che tiene insieme tutto l’umano: Charles ha bisogno di un legame autentico e di conoscere la verità sul suo maestro per poter affrontare le proprie aspirazioni e le tante difficoltà della vita. L’abbraccio che seguirà al dialogo è solo apparentemente effimero e conclusivo del rapporto: quell’abbraccio definirà la vita di Charles più delle sue paure e del giudizio avvilente e a tratti spietato di famigliari e conoscenti.

0 commenti