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The Texas chain saw massacre, ovvero Non aprite quella porta
Oggi (forse) lo sanno anche i muri, ma ai tempi pre-internet è stato un vero shock scoprire che il titolo originale di Non aprite quella porta era The Texas chain saw massacre. Inutile girarci attorno, il titolo italiano funziona molto meglio, è quel che si dice “un titolo leggendario”, mentre l’originale è semplicemente la descrizione di ciò che accade nel film e io, se devo dirla tutta, sono contento di aver visto per la prima volta Non aprite quella porta con un pizzico di mistero in più su quel che mi aspettava.
Sia chiaro, io sono convinto che i titoli dei film dovrebbero essere tradotti letteralmente, non reinventati, ma in questo caso preferisco la versione italiana. Pensate che in giapponese si chiama Sacrificio del diavolo, in spagnolo El loco de la Motosierra (Il pazzo della motosega) e in tedesco Blutgericht in Texas (Tribunale del sangue in Texas). Insomma, per una volta ci è andata di lusso!
La trama di Non aprite quella porta (senza spoiler)

Texas. Cinque ragazzi – due coppie, Kirk-Pam e Jerry-Sally, più Franklyn, il fratello di Sally che è sulla sedia a rotelle – fanno una gita dalle parti del nonno di Sally e Franklyn, prima a visitare la sua tomba poi diretti alla vecchia casa abbandonata.
Sulla strada incontrano un autostoppista e gli danno un passaggio; l’uomo si rivela uno psicopatico e con un rasoio ferisce Franklyn al braccio, ma i ragazzi riescono fortunosamente a farlo scendere.
Più avanti si fermano da un benzinaio, ma scoprono che è sprovvisto di benzina fino al giorno seguente. L’uomo li avverte di non proseguire il viaggio versa la casa di famiglia perché gli abitanti di quelle zone sono particolarmente inospitali, ma i ragazzi non gli danno ascolto e raggiungono la meta prevista.
Kirk e Pam vanno a fare due passi nel verde e la loro attenzione viene richiamata dal rumore di un generatore; lì vicino c’è una casa e i due pensano che potrebbero convincere chi ci abita a vendergli della benzina. Il ragazzo entra dalla porta socchiusa e…
Un capolavoro a basso budget ispirato a Ed Gein
Il titolo italiano li aveva messi in guardia: non aprite quella porta! Invece Kirk l’ha aperta, dando il via alla mattanza.
Battute a parte, Non aprite quella porta è un horror sorprendente, ancor più se visto oggi, dopo i tanti slasher di dubbia qualità che si sono susseguiti negli anni.
L’idea del film viene a un giovane Tobe Hooper, allora assistente alla regia e cineoperatore alla Università di Austin, ascoltando notizie di cronaca nera e approfondendo il caso del serial killer Ed Gein, arrestato nel 1957. Le analogie col “macellaio di Plainfield” sono evidenti:
- Faccia di Cuoio uccide e squarta le sue vittime come animali da macello
- il fratello di Leatherface profana tombe assemblando i cadaveri in modo raccapricciante
- la casa degli orrori del film è “arredata” con suppellettili e oggetti realizzati con resti di corpi umani e di animali.
Il ritratto che fa del Texas rurale è spietato: i suoi abitanti vengono dipinti come dei retrogradi ignoranti e selvaggi dalle scarse capacità intellettive, ostili agli “stranieri” fino alla violenza. Avevamo già visto qualcosa di simile in Un tranquillo weekend di paura di John Boorman (1972), ma in questo film si toccano vette di brutalità mai raggiunte prima.
L’intento di far passare il film per una storia realmente accaduta non è un escamotage narrativo o di marketing in stile Cannibal holocaust o The Blair witch project, ma una protesta di Hooper per la disinformazione attuata dal governo USA su ciò che accadeva nel mondo, dal Watergate alla guerra in Vietnam. Francamente non so chi possa aver colto il nesso, ma il nobile tentativo non disturba la visione.
Gli attori: Gunnar Hansen, il genio che non ti aspetti
Il budget per realizzare il film fu di soli 140 mila dollari, motivo per cui vennero scelti attori sconosciuti o alla prima esperienza cinematografica. Nonostante ciò, tutto il cast se la cava egregiamente, in particolare Edwin Neal (l’autostoppista, fratello di Faccia di Cuoio) e Jim Siedow (il padre) modellano personaggi che trasudano follia da tutti i pori.


Clamoroso il caso di Gunnar Hansen nel ruolo di Faccia di Cuoio: scelto per la sua stazza, non aveva mai recitato e accettò per la curiosità di partecipare a un film horror. Nonostante la sua inesperienza, Hooper lo lasciò libero di modellare il suo personaggio al punto che il ritardo mentale e incapacità di parlare di Leatherface sono idee di Hansen! Per dare maggior credibilità alla sua interpretazione, Hansen frequentò una scuola per disabili.
Sebbene l’iconografia di Leatherface sia legata alla maschera da assassino, nel film ne indossa anche altre due, sempre di pelle umana: la maschera da nonna e la maschera da ragazza dolce. Si cambia la maschera in base al momento e alla personalità che vuole essere.

Dietro la maschera, in realtà, Leatherface è un tipo molto semplice … uccide chiunque gli si avvicini, obbedisce ai suoi familiari, vuole bene al nonno.
Gunnar Hansen
Le riprese: più che una maratona, un calvario
Le riprese del film avvennero a ritmo serratissimo per ragioni economiche: lavorarono 7 giorni su 7 e fino a 16 ore al giorno, per di più in un clima umido con temperature anche oltre i 40°C. Queste condizioni misero a dura prova fisicamente e psicologicamente la troupe: ci furono tanti piccoli incidenti e infortuni e le riprese si conclusero in un clima di esasperazione generale.
L’attrice che interpreta Sally, Marilyn Burns, finì per essere realmente terrorizzata durante le sequenze in cui è legata alla sedia: fu una delle ultime scene girate e per via della stanchezza generale impiegarono ben 26 ore per completare le riprese e lei, legata e costantemente attorniata da uomini orripilanti, visse un’esperienza davvero drammatica nonostante si trattasse di pura finzione.

Una colonna sonora frastornante
La colonna sonora è davvero minimale, musicalmente parlando. Si tratta più che altro di musica diegetica (autoradio, altoparlanti della stazione di servizio), un allegro country che fa da contraltare alle immagini violente (scena dell’autostoppista pazzo) o desolanti (distributore in mezzo al nulla sprovvisto di benzina).
A farla da padrone sono i rumori ambientali, che a tratti si mescolano a musiche d’atmosfera o solitari suoni strumentali. Cigolii, scricchiolii, versi di animali, strepiti umani, sbattere di porte e di martelli, e naturalmente il borbottio minaccioso della motosega: questi rumori vengono amplificati risultando di volta in volta inquietanti, stranianti, claustrofobici o deliranti. Con questa strategia Hooper riesce a spaventarci addirittura con una semplice gallina chiusa in gabbia!

I momenti salienti di Non aprite quella porta
Il film ha un minutaggio molto contenuto: 83 minuti, titoli di coda inclusi. Nonostante la brevità, l’entrata in scena di Leatherface si fa attendere ben 35 minuti.
La prima mezz’ora
La prima mezz’ora serve per immergere lo spettatore nell’atmosfera malsana che pervade tutta la pellicola, dalla prima all’ultima scena. Il film inizia con una voce narrante che presenta la vicenda come se fosse ispirata a fatti realmente accaduti. Seguono le immagini raccapriccianti di una profanazione di un cimitero commentate da uno speaker radiofonico; il radiogiornale prosegue inanellando una serie di tragiche notizie come se il mondo andasse verso l’apocalisse.
Entrano in scena i ragazzi, degli studenti del college, ed è subito chiaro che siano elementi estranei in quel mondo rurale, vagamente sinistro, che sembra celare una brutalità ancestrale. Man mano che vi si addentrano compiendo attività ordinarie come visitare un cimitero, caricare un autostoppista (in quegli anni negli USA l’autostop era molto diffuso) o fare rifornimento, la percezione di un’ostilità latente cresce sempre più.
Quando il cordone ombelicale che collega i ragazzi al mondo “moderno” si spezza definitivamente, cioè quando il furgoncino resta senza benzina, il senso di isolamento e straniamento ha raggiunto il punto di ebollizione ed entra in scena l’orrore vero.
Leatherface – Faccia di Cuoio

La sua comparsa, a lungo attesa, è rapida e letale. La bestialità e la ferocia dei suoi gesti, del suo esprimersi per grugniti, del suo camminare sgraziato, e i primi piani di quella maschera orripilante che lascia intravedere occhi febbrili, frenetici e una bocca cinghialesca sono puro distillato di terrore. Leatherface (Faccia di Cuoio) è un grosso animale fuori di senno che produce solo violenza efferata e immotivata.
L’idea di dotare Faccia di Cuio di una motosega nacque per caso: Tobe Hooper si trovava nel reparto ferramenta di un negozio molto affollato, ne vide una in esposizione e pensò che imbracciando quell’arma accesa si sarebbe fatto strada rapidamente tra la folla.
Leatherface è probabilmente la più grande maschera horror di una lunga serie che proseguirà con Michael Myers, Jason Voorhees, Freddy Krueger e Pinhead.
La cena di famiglia
Una delle scene più celebri del film, oltre all’entrata in scena di Leatherface, è la cena di famiglia alla quale partecipa anche Sally. Si tratta di una delle scene più deliranti del cinema horror, 7 minuti dove la follia dei “cattivi” e l’isterismo della vittima raggiungono vette elevatissime.

La scena, di per sé, non fa paura, anzi, ha pure un momento grottesco – quando cercano di far impugnare il martello al nonno decrepito – nel quale pazzia e comicità si sfiorano, generando reazioni al limite della schizofrenia. Un vero incubo a occhi aperti!
Il gran finale: la danza di Faccia di Cuoio
Quando la vittima riesce a sfuggirgli salendo fortunosamente sul retro di un pickup, Leatherface si esibisce nell’iconica danza con la motosega al tramonto, una via di mezzo tra una macumba e i gesti insensati di un pazzo accecato dalla rabbia.

E il film finisce così, di botto. Non c’è un’immagine di chiosa o un commento della voce narrante: niente e nessuno vengono in soccorso dello spettatore, che si trova di colpo fuori dal film senza che qualcuno gli abbia detto che lo spettacolo è finito, come faceva Dario Argento con i suoi “Avete visto: titolo del film“.
La follia resta impressa, vivida, nelle immagini di Faccia di Cuoio che brandisce la motosega sullo sfondo di un magnifico tramonto; al pari di Sally, noi spettatori l’abbiamo scampata e possiamo tornare al mondo “normale”, che poi tanto normale non è: basta ascoltare un giornale radio o il tg della sera…
Dopo Non aprite quella porta
L’eredità di Non aprite quella porta è immensa, difficile da quantificare – negli anni ’70 uscirono una marea di film che cercarono di imitarne il crudo realismo – e non si è ancora esaurita, se consideriamo che anche produzioni recenti come la prima stagione di True detective è da annoverare tra i discepoli del capolavoro di Hooper. Purtroppo chi ha tentato di seguirne le orme molto raramente ha raggiunto livelli accettabili.
Il film ha avuto numerosi seguiti, remake e prequel. Si salva il remake del 2003 firmato da Marcus Nispel, ma oggi non vedo nessun motivo per consigliarne la visione.
Il regista Tobe Hooper non è più riuscito a ripetersi ad alti livelli, pur dirigendo un film molto noto, Poltergeist, dove però l’influenza di Spielberg (produttore, ideatore e sceneggiatore) è troppo limitante, e altri horror brutti sporchi e cattivi come Quel model vicino alla palude, Il tunnel dell’orrore e Space vampires, ai quali si aggiungono i televisivi Le notti di Salem (dal romanzo di Stephen King) e il pregevole Body bags – Corpi estranei (una co-regia con John Carpenter). Ma cosa vuoi dire a colui che ha creato uno dei dieci, forse addirittura dei cinque migliori horror della storia? Solo un immenso grazie.

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