“Herzog” di Saul Bellow, una sinfonia di parole

saul bellow - herzog, copertina del romanzo Mondadori

Ogni scrittore ha un suo stile, a volte più di uno – penso a Cormac McCarthy e all’abisso che separa La strada da Non è un paese per vecchi, ma anche al Dostoevskij di Delitto e castigo, così diverso da quello dei Fratelli Karamazov. Se Stephen King è (spesso) ridondante come un album dei Pink Floyd, Saul Bellow in Herzog crea una sinfonia di parole, cullando il lettore da una scena e da un personaggio all’altro come un movimento di musica classica.

Eccone un esempio estratto da Herzog di Saul Bellow (Mondadori, Milano 1990)

Gli “attori” di questo brano:

  • Shapiro (infatuato di Madeleine)
  • Madeleine (moglie di Herzog)
  • Moses Herzog
  • Gersbach (l’amante di Madeleine)

Aprirono un nuovo tema di discussione – la rivoluzione del 1848. Shapiro aveva macchiato di sudore il colletto inamidato. Solo un metalmeccanico croato impazzito per i dollari si sarebbe comprato una camicia a righe del genere. E cosa ne pensava, di Bakunin, di Kropotkin? Conosceva le opere di Comfort? Sì, le conosceva. E conosceva Poggioli? Sì. A suo parere Poggioli non aveva dato giusto risalto a certe figure importanti – a Rozanov, per esempio. Anche se Rozanov per certe cose era un po’ fissato, per esempio, per il bagno rituale ebraico, era pur sempre una grande figura, ed il suo misticismo esoterico era proprio originale – originalissimo. Eh, bisognava lasciarli fare quei russi. Cosa non avevano fatto per la Civiltà Occidentale, proprio mentre ripudiavano l’Occidente e lo mettevano in burletta! Madeleine, pensò Herzog, stava eccitandosi in modo quasi pericoloso. Dalla voce che le diventava metallica, dall’ugola che le suonava (senza scherzi) come un clarinetto, lui sapeva che traboccava di idee e di sentimenti. E se Moses non partecipava, se se ne stava seduto come un ciocco (così diceva lei), annoiato e risentito, dimostrava proprio di non aver rispetto per l’intelligenza di sua moglie. Invece Gersbach tuonava sempre a tutto andare, in conversazione. E con uno stile così enfatico, con occhiate così decise, con un’aria così arguta che ci si dimenticava persino di verificare se diceva cose sensate.

Ma Herzog è molto più di questo. Per darvene un’idea più completa vi propongo queste altri due brani. Nel primo, Bellow dà sfoggio del suo eccezionale umorismo.

Nel 1913 comperò un pezzo di terra vicino a Valleyfield, Quebec, e fallì come agricoltore. Poi andò in città e fallì come fornaio; fallì nel commercio di articoli per mercerie; fallì come grossista; fallì come fabbricante di sacchi durante la guerra, quando nessun altro falliva. Fallì come rivenditore di materiale di scarto. Poi mise su una agenzia matrimoniale e fallì – troppo impaziente e brusco. E adesso stava fallendo come contrabbandiere di liquori, sempre inseguito dalla Commissione provinciale alcolici. Ma riusciva a rimediare qualche cosa.

Il secondo è uno dei tanti monologhi del personaggio Moses Herzog, come sempre in bilico tra amara disillusione e sussulti di umanità.

Herzog rifletteva su come stavano le faccende: cado sugli spini della vita, sanguino. E poi? Cado sugli spini della vita, sanguino. E dopo? Mi faccio portare a letto, mi prendo una breve vacanza, ma dopo pochissimo tempo ricado su quegli stessi spini, compiacendomi del dolore, o soffrendo di gioia – e vattelappesca qual è la combinazione di queste cose! Che cosa c’è di buono, che bene duraturo c’è in me? Non c’è dunque altro fra la nascita e la morte che quello che riesco a tirar fuori da questa perversità – solo un bilancio attivo di emozioni disordinate? Niente libertà? Solamente impulsi? E allora, tutto il bene che ho nel cuore – non significa niente, dunque? È solo una presa in giro? Una falsa speranza che fa provare a un uomo l’illusione del valore? Così lui va avanti e continua a battersi. Ma questo bene non è fasullo. Io lo so che non è fasullo. Lo giuro.

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