I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift

Un classico è un libro che tutti conoscono ma nessuno ha mai letto. Qualche anno fa mi sono accorto che questa definizione di classico, che ho scritto di getto in questo momento (forse qualcuno l’avrà già detta), rischiava di adattarsi anche a me. Tra un libro di Stephen King, un romanzo patinato di un autore straniero sconosciuto ricevuto in regalo e i racconti di un esordiente del paese accanto, mi sono accorto che mi stavo perdendo le letture più importanti, quelle che segnano una stagione o, perché no, una vita.

Allora ho cominciato a fare attenzione ai libri che sceglievo e così, dopo I miserabili, Il mulino del Po, Il signore degli anelli, Alla ricerca del tempo perduto, Herzog – inframmezzati da letture discutibili – è venuto il momento dei Viaggi di Gulliver.

Adesso puoi scegliere se continuare a leggere l’articolo o guardare la video-recensione. I contenuti sono pressappoco gli stessi.

Più che sottolineare le metafore e la critica sociale dei Viaggi – ne troverete a sufficienza nella prefazione o su Wikipedia – mi soffermerò sulla qualità dei racconti, perché credo che in un romanzo la cosa più importante per il lettore sia trovare una buona storia, una storia che funzioni; se poi ci sono altri significati, bene, meglio, ma che il lettore li colga oppure no non deve pesare sulla godibilità della lettura (in questo Tolkien è stato maestro).

I viaggi di Gulliver è organizzato in 4 parti, ognuna dedicata a un viaggio.

Gulliver a Lilliput

Il primo e più noto, nonché il meglio riuscito, è a Lilliput, un’isola abitata da persone alte quindici centimetri. L’idea forse più brillante legata all’avventura a Lilliput è vedere Gulliver prigioniero dei lillipuziani, pur essendo immensamente più grande di loro. Colpisce anche la ricchezza di particolari che Swift fornisce su quel mondo in miniatura, la stessa che un antropologo userebbe per descrivere un popolo di aborigeni. Approccio, questo, che Swift mantiene in tutti i viaggi.

Ho trovato particolarmente ingegnosi gli stratagemmi con cui Swift fa rientrare in Inghilterra Gulliver al termine di ogni avventura. D’altronde, con un approccio realistico come quello usato da Swift, non era facile immaginare il ritorno a casa da una terra ancora ignota alla civiltà occidentale. Un po’ banali, invece, i pretesti adottati per far approdare Gulliver sulle varie isole.

Gulliver nell’isola dei giganti

Il secondo viaggio racconta della terra di Brobdingnag, dove vivono giganti di oltre venti metri. Qui la prospettiva è ribaltata ed è Gulliver il lillipuziano. L’avventura, tuttavia, è meno avvincente della prima; l’idea migliore è il modo in cui l’autore fa abbandonare l’isola a Gulliver.

Il terzo viaggio di Gulliver, da un’isola all’altra

Il terzo viaggio tocca varie terre, a cominciare dalla città volante di Laputa. È l’avventura più ricca di trovate: dal popolo esperto in musica e matematica ma che non trae alcun vantaggio da questa conoscenza – conoscono le note ma non sanno metterle insieme in maniera melodiosa e non sanno applicare la matematica alla realtà – a una folla di scienziati che lavora alle scoperte più inutili della storia, per finire nell’isola di Luggnagg, dove vivono alcune persone reiette dalla società: gli immortali. Questi, infatti, hanno la sventura di non morire mai, ma continuano a invecchiare, soffrendo tutti gli acciacchi dell’età secolare.

Questi ribaltamenti delle aspettative, una sorta di prendersi gioco della ragione, sono il punto forte dell’opera di Swift. Tuttavia il terzo viaggio si rivela troppo frammentato per essere anche avvincente: è più una carrellata di vignette che un racconto; non c’è un vero e proprio filo che unisce le vicende se non la voglia di Swift di irridere l’uomo e le sue assurde usanze e speranze: l’eccesso di burocrazia, la mancanza di ragionevolezza e buonsenso, il sogno dell’immortalità, e via così.

Gulliver nella terra dei cavalli

Il più sorprendente dei viaggi di Gulliver è l’ultimo, ambientato nella terra dei cavalli – che si autodefiniscono Houyhnhnm. Qui Gulliver scopre un mondo nuovamente ribaltato: i cavalli sono la razza più intelligente e ragionevole, vivono in pace, comandano sugli altri animali e prosperano. Soggiogano la razza degli yahoos (da qui il nome del famoso motore di ricerca), molto simile agli uomini ma imbruttita, pelosa, dotata di lunghi artigli e soprattutto aggressiva. Inizialmente Gulliver viene scambiato per uno yahoo (iahù nella mia traduzione), ma l’uso dei vestiti (creduti la pelle del corpo) e un’intelligenza di gran lunga superiore agli iahù fanno sì che venga accettato nella società dei cavalli.

Piano piano Gulliver impara la loro lingua e scopre la superiorità della civiltà dei cavalli su quella degli uomini: dominati dalla ragione, non esiste menzogna, furto, inganno, rapimento e tutti si prodigano per il bene comune. Il viaggiatore decide così di rimanere per sempre nella terra dei cavalli. Purtroppo le cose non andranno secondo i suoi piani e sarà costretto a rientrare in patria, dove…

Questo quarto libro supera il genere fantastico e utopistico in voga nel 1700, anticipando la fantascienza: come non pensare a L’isola del dottor Moreau di H.G. Wells e soprattutto a Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle? E la vicenda è così ben orchestrata che quando Gulliver, tornato in Inghilterra, fatica a riprendere i contatti con gli uomini, al lettore sembra del tutto normale, tanto si è calato nella realtà immaginaria del mondo dei cavalli.

Questo è l’ultimo inganno di Swift ed è anche il motivo per cui il lettore “paga il biglietto”: per essere ingannato dal romanziere, illuso di vivere in un mondo fantastico, cioè creato dalla fantasia e bellissimo.

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