La zona d’interesse premiato con l’Oscar, ma…

Recensito venerdì 15 Marzo 2024

Anno: 2023

Durata: 105 minuti

Regia: Jonathan Glazer

Sceneggiatura: Jonathan Glazer

Produttore: James Wilson, Ewa Puszczyńska

Cast: Sandra Hüller, Christian Friedel

Voto

6.5

Dieci anni dopo Under the skin, Jonathan Glazer torna a dirigere un lungometraggio. La zona d'interesse, tratto dal romanzo di Martin Amis, racconta la vita quotidiana di Rudolf Höß, comandante del campo di concentramento di Auschwitz, e della sua famiglia, che si svolge serenamente a 50 metri dalle mura di Auschwitz.

Premiato con l'Oscar di miglior film in lingua straniera 2024, mette in scena da un punto di vista inedito il dramma dell'Olocausto, senza tuttavia convincere pienamente (quantomeno me). E dire che molti l'hanno indicato come il miglior film dell'anno o addirittura del nuovo secolo (parola di Alfonso Cuaron).

La zona d'interesse, recensione del film

La trama della Zona di interesse senza spoiler

Il direttore del campo di Auschwitz vive a 50 metri dalle mura del campo con la sua famiglia e la servitù, in una bella casa con un grande giardino che sul retro dà in un parco che porta a un fiume: veramente una bella zona. L'unico problema è che sono attaccati al campo di Auschwitz, dove succede quello che tutti noi conosciamo bene: l'olocausto, uno degli eventi più tragici dell'intera storia dell'umanità, se non il più tragico in assoluto.

L'orrore non si vede, si sente

Il film ha un'impostazione ben definita che è quella di non mostrare l'orrore, ne rivela la presenza solamente con i suoni, con le voci, con le grida che arrivano da oltre le mura del campo. Assistiamo alla vita quotidiana di questa famigliola come se fosse una famiglia qualsiasi di benestanti: vivono la loro vita, i bambini crescono, si festeggiano i compleanni, eccetera. Come una famiglia normale, senonché vivono di fianco ad Auschwitz e sembra che quello che accade là dentro non li tocchi per niente.

La zona di (scarso) interesse

Leggo che molti sono usciti dalle sale scossi... Chiaramente tutto quello che succede è aberrante: è agghiacciante pensare che stiano sterminando a mente fredda delle persone innocenti e che questo non possa anche solo rovinare la giornata a una famiglia che è responsabile di quelle morti; è tremendo che celebrino l'efficienza del direttore del campo come se si trattasse di un lavoro come un altro: eppure non è il direttore di un McDonald's che ha appena fatto il record di vendite di hamburger, qui per "buoni risultati" si intende che è riuscito ad annientare tante persone con poco dispendio di energia e di mezzi...

Tuttavia io l'ho sentito distante, freddo. Ok, ho capito l'intento di sottolineare come ci fosse questa mentalità, questa freddezza degli stessi protagonisti verso ciò che accadeva, verso lo sterminio degli ebrei e delle altre persone internate ad Auschwitz, però...

Bella l'idea, bellissima, e pure realizzata bene: è un film molto significativo nelle scelte cromatiche, nei vuoti, nei silenzi, con un bel finale che ha un tocco surreale che ci sta davvero a pennello, però...

Io sono qui, seduto in poltrona, lo guardo e vedo qualcuno che mi sta raccontando per suoni la tragedia dell'olocausto: non sto vedendo un film, sto assistendo alla messa in scena di un'idea per raccontare l'Olocausto; il film va avanti ma io non sono dentro, lo vivo come quella famiglia ha vissuto i campi di sterminio: quasi indifferente.

Era forse questo l'intento del regista? Non lo so. Il risultato è che La zona d'interesse mi ha deluso non per come è stato fatto, per l'idea che c'è dietro, per il messaggio che vuol dare; semplicemente non mi ha toccato.

Tre critiche a La zona d'interesse

Riporto tre commenti al film di Glazer che ho fatto miei in quanto sintetizzano, con sfumature diverse, pregi e limiti del film.

Visto il film celebrato dai cinefili come pazzesco rivoluzionario geniale (La zona d'interesse). Per me 6,5/10
Un bel film con diversi pregi ma anche tanti limiti proprio laddove punta le fiches più grosse. Idea peraltro già portata da Il figlio di Saul (pure lui con gli stessi limiti).

Dal momento che sai con cosa riempire i vuoti, le immagini oltre il muro… è tutto un finto implicito, non c'è nessuna differenza in realtà tra questi 2 film e Schindler's list. Ma al cinefilo piace da morire avere l'impressione di aver capito tantissime più cose rispetto a quelle che stanno nell'immagine e piace quella sorta di vendetta sul cinema esplicito che farebbe pornografia del dolore. Invece questi 2 film Interest e Saul non lo fanno, sono sopraffini, hanno rispetto per l'Orrore che non-può-essere-visto deve essere solo intuito e immaginato, così assurge al rango dell'assoluto e ci si possono fare chilometrici discorsi metacinematografici, dotte citazioni a deleuze-ballard-artaud…

In realtà se c'è un continuo puntare su quello-che-non-si-vede ma che è ovvio che tu sai, allora non c'è una reale differenza tra l'esplicito e l'implicito, è solo un artificio per solleticare il pubblico smaliziato.

Il vero cinema sul non-visibile lo hanno fatto in altre occasioni, Lynch ovviamente, Bela Tarr… devi avere il coraggio di toglierlo proprio l'oggetto reale dall'intreccio, non è che basta metterci un velo sopra. Perché vi entusiasmate tanto per questi artifici in realtà facili facili. Per il resto messa in scena esteticamente magnifica, egregio uso del suono. Ci sa fare Glazer è indubbio.

Alessandro Marinelli sul gruppo Fuori Orario, cose (mai) viste

La zona d'interesse ha vinto l'oscar. Dopo la sequenza di un quarto d'ora col nazista che accendere le luci del corridoio sono crollato, mi sveglio dopo 10 minuti pieno di sensi di colpa perché se ti addormenti mentre si parla di Auschwitz forse sei proprio come quei nazisti là. "Che è successo mentre dormivo?" L'amico al cinema con me: "il nazista ha spento la luce". La zona d'interesse è un film con una buona idea, un film con un regista che ci tiene a ripetere per 105 minuti quanto sia buona questa idea, che per 105 minuti non suscita nello spettatore altro che un "mamma mia quanto sono insensibili al dolore altrui questi nazisti". Peccato perché l'idea era davvero buona. Ma per fare un film non basta un'idea, serve il film. E 'sta zona d'interesse semplicemente non è un film, è il pitch che presenti al produttore quando cerchi i soldi per farlo. E quello poi ti chiede: ok ma poi che succede?

Giovanni Scifoni, attore, su Facebook

La zona di interesse è un film di una inconsistenza assurda che scimmiotta il rigore di un certo cinema d'autore "gelido" e che risulta finto in maniera esasperata annoiando dall'inizio alla fine. Verso la fine per me il racconto cinematografico è diventato involontariamente ridicolo, una specie di farsa in cui manca qualsiasi spunto creativo.

Non avvengono trasformazioni di alcun tipo né dentro le sequenze né dentro le scene né dentro l'intero film: una noia mortale. L'idea di base, anche se è una storia vera, della villetta che confina nel campo di Auschwitz poteva andare bene per un cortometraggio di 10 minuti.

Non ci sono personaggi ma solo figurine che in qualche modo dovrebbero servire a far camminare la storia. Probabilmente il film più inconsistente sul tema dell'olocausto in questo periodo di inconsistenza totale dei premi Oscar.

Non mi ha addentro nemmeno a fare nessun tipo di paragone con grandi film dell'anno come Perfect Days o Io, capitano: questo è un non film, è un'esposizione ideologica per immagini, ha impatto emotivo zero.

Un'idea basta a fare un film? L'idea è il punto di partenza di un lavoro enorme che sarà poi il film finito. Questo signore ha pensato bene di saltare tutto il processo faticoso di lavoro e di esporre direttamente l'idea di base in immagini ripetuta per 105 minuti. Dovrebbe davvero completare il corso alla scuola di cinema.

Il miglior film sul tema per me rimane Il figlio di Saul, film di una potenza spaventosa che non ti scordi mai più e che rende davvero in modo implacabile la mostruosità dell'olocausto, anch'esso premiato con Oscar al film in lingua straniera, ma ormai più di qualche anno fa, quando questi signori avevano ancora qualche scampolo di credibilità. Ora hanno buttato la maschera.

Fabio Del Greco, regista - recensione completa

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