Willard Grant Conspiracy – Mojave

Ci sono quattro o cinque album che tengo sempre in auto: quando aggiorno la mia chiavetta usb sostituisco tutti gli altri, tranne questi. E tra Exile on Main St. dei Rolling Stones e Perfect from now on dei Built to Spill figura anche Mojave dei Willard Grant Conspiracy.

Willard Grant Conspiracy - Mojave (1999) cover dell'album

Ora io non so a chi abbiano pestato i piedi i Willard Grant Conspiracy per meritarsi questo oblio – rotto solo parzialmente dalla brutta notizia della morte del leader Robert Fisher nel 2017 -, fatto sta che sono pressoché sconosciuti anche in patria. Eppure Mojave, che non ha nemmeno una pagina Wikipedia, è un disco di rara perfezione.

Parliamo di folk d’autore, intimo e luminoso. Dunque non si improvvisano balli irlandesi come ascoltando i Pogues né si viene feriti dalla voce grave di Dylan e dalla sua armonica a bocca. I Willard Grant Conspiracy se la giocano sul campo dei sentimenti, argomento su cui Fisher sembra aver parecchio da dire.

La voce matura e per niente ruffiana di Fisher racconta storie di grandi amori finiti, la nostalgia di una perfezione sfiorata e forse anche posseduta, ma perduta. A tratti, l’assenza assume portata esistenziale con versi come “And there is not enough firewood / To keep this house warm” (E non c’è abbastanza legna da ardere / Per mantenere calda questa casa).

La musica, mesta e radiosa insieme, illumina l’aria con le sue note squillanti come a dire: sì, la bellezza è andata perduta, ma resta pur sempre bellezza. Per questo le sue canzoni non sono tristi: è musica che scalda il cuore, fa venir voglia di sorridere e piangere insieme. Ecco, se Robert Fisher fosse ancora vivo, vorrei abbracciarlo e dirgli grazie per questa meraviglia che non mi stanco di ascoltare.

Ascoltando Mojave viene da chiedersi come sia possibile che pezzi come Color of the sun, Front porch, Right on time e soprattutto I miss you best siano sconosciuti; brani dall’enorme potenziale commerciale oltre che ballate sublimi, fuori dal tempo.

L’idillio di malinconica bellezza viene rotto da due episodi che potrebbero considerarsi la naturale conseguenza di quanto cantato finora: il sorprendente punk-rock Go Jimmy go, collocato a metà album, rappresenta il bisogno di evasione; la straniante psichedelia della conclusiva The visitor narra al rallentatore l’arrivo di un uomo (il marito di lei?) mentre i due amanti sono insieme.

Termina così Mojave, un album che è anche il nome di un deserto della California. A disco finito, basta poco per immaginarsi su una sedia a dondolo, nella veranda di una casetta di legno, a dondolarsi di fronte al tramonto infuocato che cala sugli arbusti polverosi del deserto californiano. È in questo paradiso che immagino si trovi ora Robert Fisher, a contemplare una bellezza finalmente piena.

Robert Fisher dei Willard Grant Conspiracy
Robert Fisher

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