Natale da profugo

Adorazione dei pastori di Caravaggio, particolare dei pastori

Ho sempre vissuto il Natale come un evento totalizzante: la messa di vigilia, la messa di Natale, il pranzo in famiglia, lo scambio dei regali, un aperitivo con gli amici e, prima: l’albero di Natale, il Presepe, i vangeli dell’Avvento, senza dimenticare le luminarie in piazza, la caccia ai regali, le cene aziendali con i colleghi, lo scambio di messaggi…

Quest’anno, per una combinazione che neanche il più abile dei giallisti avrebbe saputo escogitare, mi sono ritrovato a vivere sballottato tra due città distanti 300 km, con un lavoro nuovo da portare avanti e una casa da risistemare. Ovunque la mancanza di famigliarità mi ha fatto sentire profugo, nel mio piccolo.

Così il primo a saltare è stato l’albero di Natale. Non ho neanche preso in considerazione di andare in un vivaio, comprare un alberello, portarlo a casa, ricavargli spazio, addobbarlo con palle, nastri e luci, infine inserire la spina sperando di non dare fuoco alla casa.

Gli è andato dietro il Presepe, che avrei voluto costruire con tanto di colline, cielo, pastori, re magi, pecorelle e ovviamente la Santa Famiglia, invece mi sono limitato a piazzare le statuine principali su un mobile bianco di una casa che non verrà visitata da altri che me. Potrei spacciarlo per un presepe di design, ma non mi crederebbe neanche un bimbo.

Ah, l’atmosfera del Natale! Le luminarie del centro, le vetrine addobbate a festa e magari uno spruzzo di neve – non troppa, che il gioco è bello se dura poco (in realtà ne vorrei al limite dello stato di calamità, ma non si può dire a voce alta, al massimo fra parentesi) – e le “vasche” per le vie del centro, saltellando da un negozio all’altro in cerca delle ultime ideuzze per regalare cose inutili ai nostri cari! Niente da fare, quest’anno gli addobbi natalizi li ho visti solo in foto – pure troppo, per la verità (mi riferisco alle centinaia di foto – tutte uguali – delle luminarie di L’anno che verrà di Dalla in via D’Azeglio a Bologna).

Beh, almeno la cena aziendale di Natale non sarà saltata… In effetti no, non è saltata: io, libero professionista, di cene da solo ne ho fatte a bizzeffe. In casa, preparandole da me. E che cene! Mica squacquerone e grissini… Però, ecco, di andare al ristorante a rimpinzarmi da solo non ho avuto il coraggio.

Insomma, a quanto pare la vita ha fatto piazza pulita del Natale. Anzi, piazza pulita al Natale, privandomi di tutto ciò che è di contorno – per quanto bello, importante e desiderabile – e lasciandomi “solo” il Natale: il sì della Madonna, il sacrificio di Giuseppe, la nascita di Gesù. Non per merito mio, mi sono ritrovato povero di spirito, cioè con lo spirito libero di accogliere una volta di più il mistero dell’Incarnazione.

Vi sembrerà strano – lo sembra pure a me – ma tutto quello che mi è mancato questo Natale, non mi è mancato affatto.

PS: come immagine di Natale ho scelto un dettaglio dei pastori da L’adorazione dei pastori di Caravaggio. I loro volti e il loro aspetto ci comunicano la povertà e l’umiltà, ma soprattutto lo stupore commosso davanti al bambin Gesù.

2 commenti a “Natale da profugo

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