
Finalmente è successo, l’ho visto: Nick Cave a Verona.
Prima del concerto, l’apocalisse: il cielo incupisce, cadono goccioloni e un vento impetuoso scuote gli alberi e abbatte il palco. Poi il più apocalittico degli artisti entra in scena e comincia un concerto di rara intensità e sentimento.

Nick Cave, 64 anni, è in forma splendida, perfettamente a suo agio nelle rievocazioni più tormentate (su tutte Tupelo e la monumentale From her to eternity) come nei brani struggenti (I need you, Bright horses) fino alla dolcezza celestiale (Into my arms, The ship song). Si immerge nel pubblico e lo coinvolge nei suoi incubi, nelle sue rivelazioni, chiamando le mani della gente su di sé come incapace di affrontare da solo il baratro delle sue liriche.
La scaletta della serata non è la migliore possibile, il divario tra gli anni gloriosi e le ultimissime composizioni si sente tutto (solo White elephant regge quasi il confronto), ma più della musica emergono l’uomo e l’artista: l’incendio che gli arde nell’anima serpeggia per i gradoni dell’Arena e arriva fino al mio piccolo io per ricordargli che la vita è una lacerazione continua, è perdizione e ascensione, è violenza e tenerezza (a volte le due cose insieme), è sempre tutto, mai nulla.
La scaletta del concerto di Nick Cave a Verona
- Get ready for love
- There she goes, my beautiful world
- From her to eternity
- O children
- Jubilee street
- Bright horses
- I need you
- Waiting for you
- Carnage
- Tupelo
- Red right hand
- The mercy seat
- The ship song
- Higgs Boson blues
- City of refuge
- White elephant
- Into my arms
- Vortex
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