Resoconto del Far East Film Festival di Udine

Udine Far East Film Festival 2018

Sabato è finito il ventesimo Far East Film Festival di Udine con il trionfo del sudcoreano 1987: When the day comes di Joon-Hwan Jang, che si aggiudica il premio del pubblico (di un soffio sopra al sorprendente zombie-movie One cut of the dead) e dei Black Dragon (il pubblico che è anche sostenitore del festival). A sorpresa, non solo mia, il MyMovies award va all’hongkonghese The empty hands di Chapman To, mentre il micidiale Last child di Dong-seok Shin vince il premio della critica riservato alle opere prime e seconde.

Ecco il resoconto dei 32 film che ho visto, in ordine di gradimento.

I fantastici quattro del FEFF 20

Last Child

un'immagine dal film coreano Last child

La perdita di un figlio, dramma profondo e totalizzante, è il perno su cui ruota il film d’esordio di Dong-seok Shin. Last child strizza l’occhio a certo cinema d’autore europeo, dal neorealismo a Krzysztof Kieślowski e Susanne Bier: colpisce la maestria con cui si svela e sviluppa il dramma, senza cedimenti né ammiccamenti.

Una storia gravida di messaggi importanti e universali, con un finale misericordioso e bellissimo.

Voto: 8,5

Mori: the artist’s habitat

un'immagine dal film Mori: the artist's habitat

Shûichi Okita torna al FEFF con un film intimo ed essenziale sugli ultimi anni del pittore giapponese Mori. Il cinema di Okita è, a mio avviso, l’unico capace di comunicare una positività totale, completa, senza ammiccamenti né retorica. Straordinario.

Voto: 8

1987: When the day comes

i protagonisti di 1987: when the day comes

Parto dalla fine, dalla standing ovation che il pubblico del FEFF riserva la regista presente in sala Joon-Hwan Jang. Questo 1987: When the day comes è un film importante e difficile, perché affronta di petto i fatti del 1987: la lotta (pacifica) degli studenti per la democrazia e la meno pacifica caccia ai comunisti in Corea del sud. Un film politico che sa intrattenere alla grande, alternando scene d’azione a commedia e storie d’amore.

Voto: 8

One cut of the dead

una scena di One cut of the dead

Si può dire ancora qualcosa di nuovo con gli zombie? Shinichirou Ueda lo fa girando la parodia della parodia della parodia dei film zombie.

One cut of the dead è un film in tre atti ben distinti: nel primo, una troupe intenta a girare un film zombie viene attaccata da zombi veri: simpatico, anche se non particolarmente originale. Nel secondo, scopriamo la storia di come è nata l’idea del film one cut o one take, un unico piano sequenza: una palla mortale. La terza parte è una sorta di documentario di cosa è successo veramente (cioè per finta) girando il primo atto, cioè il film zombie: straordinario! Guardiamo un filmato su qualcuno che ha girato un film su una troupe che girava un film. Le gag esilaranti e il gioco a incastro rendono questo film una delle pietre miliari degli zombi movie: era dai tempi di Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon (1985!) che non si vedeva una cosa del genere. Complimenti!

Voto: 8

Gli altri film del FEFF 20

Be with you è grande Corea (ancora) con una storia d’amore tra fantasy e dramma che fa piangere tutta la sala (non me) e convince tutti (anche me). Voto 7,5.

Bad genius è un thriller thailandese che si gioca tra i banchi di scuola. L’obbiettivo: copiare dai compagni migliori. Scritto ottimamente – che dialoghi! – è l’emblema del cinema asiatico che mi piace. Voto: 7,5.

The Scythian Lamb: solo i giapponesi possono unire un dramma esistenziale a una leggenda di un gigantesco mostro marino, cavandone un film credibile e unico. Voto: 7,5.

Youth di Xiaogang Feng è un viaggio nel mondo del corpo di ballo dell’esercito cinese di fine anni ’70. Prima parte maestosa. Voto: 7,5.

Wrath of silence vede un uomo muto alla ricerca del figlio scomparso. Durissimo, a tratti ricorda C’era una volta in Anatolia. Voto: 7.

Night bus è un thriller on the road che punta al cuore oscuro della guerriglia indonesiana. Notevole. Voto: 7.

Never say die è l’ennesima commedia sullo scambio dei corpi uomo-donna. La butta in caciara e vince grazie ad alcune delle scene più esilaranti dell’anno. Voto: 7.

Gatao 2 – The new king è una sfida fra gang di Taipei che va oltre la carneficina (che comunque c’è ed è gustosa). Voto: 7.

The running actress: So-ri Moon si auto-dirige in una finta autobiografia. Momenti di bel cinema, leggero ma non superficiale. Voto: 7.

So-ri Moon in The running actress

Smaller and smaller circles ovvero preti vs serial killer in delle Filippine raramente così nere. Stenta a decollare, ma la storia è vincente. Voto: 6,5.

Inuyashiki ovvero il Lo chiamavano Jeeg Robot giapponese. L’inizio è folgorante quanto il finale ammosciante. Voto: 6,5.

On Happiness road è un interessante e per certi versi sorprendente film taiwanese d’animazione – l’unico in gara. Tocca tematiche importanti con encomiabile delicatezza. Voto: 6,5.

Legend of the demon cat è un fantasy esteticamente ammaliante e godibile anche dai non amanti del genere. Voto: 6,5.

Operation Red Sea di Dante Lam è un imponente (140 minuti) film d’azione e di propaganda cinese – oh come sono buoni, bravi e umani i loro militari! Voto: 6.

The blood of wolves: un film sulla corruzione della polizia e la collusione con la malavita. Una storia già vista troppe volte. Voto: 6.

The Battleship Island: kolossal coreano in una miniera-carcere giapponese, dove tanti coreani hanno trovato la morte. Avvincente solo a tratti, pomposo come Hollywood. Voto: 6.

Tremble all you want ci spiega le difficoltà in amore dei giovani giapponesi. Qualche momento comico non basta a far volare un film con troppi angoli retti. Voto: 6.

Little forest sarebbe una commediola godibilissima, non fosse per le insistite e irritanti scene di cucina in stile “Cotto e mangiato”. Voto: 6.

The name è un’altra commedia che tenta la via dei personaggi emancipati che sotto sotto sono molto umani e simpatici. Non decolla. Voto: 6.

Diamond dogs è un film d’azione brutale e brutto, pieno di sangue, dialoghi assurdi e maggiorate (in realtà una sola, ma vi basterà). Nella sua spontanea bruttezza conquista e diverte come solo i migliori filmbrutti sanno fare. Voto: 4, ma di gusto!

No. 1 Chung Ying Street è un film politico-sociale che cerca (senza trovarle) le atmosfere del capolavoro di Pontecorvo La battaglia di Algeri. Voto: 6.

Satan’s slaves ovvero come mandare in vacca un film. Inizia bene ma poi, indeciso se far paura o divertire, manca entrambi gli obbiettivi. Nel finale succede di tutto, con ribaltamenti poco credibili. Peccato. Voto: 6 per averci provato.

un'immagine del film Satan's slaves

The empty hands: commedia leggera leggera sul potere salvifico del karate. Gli ultimi dieci minuti ammorbano. Voto: 5,5.

A special lady: i soliti gangster coreani. Regge bene fino all’assurdo finale che manda tutto in vacca. Voto: 5,5.

The promise è un piagnisteo horror da dimenticare. Voto: 5,5.

Yocho – Foreboding: la fantascienza sentimentale di Kiyoshi Kurosawa regge un’ora e si sfalda come la carriera del suo regista. Voto: 5.

The portrait: cosa mi ha spinto a entrare in sala per vedere questo musical filippino? Una storia scialba e canzoni da musical che non eccellono: a 20 minuti dalla fine sono dovuto uscire per evitare ulteriori danni cerebrali. Voto: 4,5.

My generation è una sorta di American Pie indonesiano. Dialoghi imbarazzanti e battute fiacche, strappa solo risate involontarie. Voto: 4.

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