Alfredo Oriani

A cura di Sergio Savorani

“Ci vuole un’anima grande per una grande passione”

Il 18 ottobre 1909, moriva al Cardello di Casola Valsenio Alfredo Oriani. Nel tormento e nella pace di Dio” è il titolo del libro del priore di Valsenio Don Francesco Bosi, immediato successore di Don Lorenzo Costa, priore contemporaneo e amico dell’anima di Oriani. L’autore, il priore, s’è esposto di persona per un giudizio chiaro e opportune precisazioni che vanno nello stile e nella linea da sempre assunta dalla Chiesa locale, dai suoi Priori, dal Vescovo Baldassarri, forti di un contatto umano che solo loro hanno saputo instaurare con l’uomo Oriani nella globalità della sua vita e della sua opera. Il rapporto umano con Alfredo Oriani è unico, schietto e completo nello stilare un giudizio sul personaggio.

Alfredo Oriani è stato davvero un grande, un lungimirante. Visto dall’angolazione del Cardello, si può immaginare mentre partiva in bicicletta per Faenza, solo, perché da questa parti altre biciclette non c’erano.

Il prototipo dei cicloturisti.
Appassionato del pedale e del paesaggio

La bicicletta è il volume più rivoluzionario della letteratura sportiva. Oriani s’è inserito di slancio nella letteratura di fine Ottocento come cantore e apologeta della neonata bicicletta. Alla prodigiosa, pulita, essenziale, liberatoria macchina a due ruote dedicò le pagine più belle della letteratura sportiva. Rappresenta la testimonianza storico-letteraria sulla prima grande passione che coinvolse, tra Ottocento e Novecento, gli spiriti più avventurosi della letteratura e dell’arte, poi le masse popolari, di città e campagna.

Scrisse:

La bicicletta è più seduttrice della donna; il piacere della bicicletta è quello stesso della libertà; una bicicletta può ben valere una biblioteca; l’ebbrezza di una corsa.

Inventò, con Stecchetti e pochi altri, il cicloturismo culturale in Italia e, da solo, l’anarco-ciclismo, il gusto del viaggio solitario in bicicletta, senza mete prestabilite, senza programmi, senza orari, fendendo l’aria col sole in faccia e il sudore sulla pelle. Il più pittoresco viaggio in bicicletta di fine Ottocento, sulle strade bianche faticose di Romagna, di Toscana e del Bolognese.


Caricatura di Oriani ciclista eseguita dall’amico faentino Giuseppe Gheba. In alto a destra si leggono questi versi: “Se succede qualche cosa / monta Ottone in bicicletta / e discende dalla vetta / per venirci a illuminar”. Notare che il nome Ottone viene usato dagli amici perché Alfredo Oriani aveva firmato le sue prime pubblicazioni con lo pseudonimo “Ottone delle Banzole”. Le Banzole è il nome della villa rurale sulla Vena del gesso, nella quale Alfredo ha trascorso l’infanzia.

La passione politica

Da subito si ha l’idea di che razza di osservatore fosse. Allungava lo sguardo: parlava di Europa; era un provinciale che auspicava il costituirsi delle regioni e del federalismo, indicandone pure le modalità pratiche, forte dei suoi studi giuridici. Attraverso le sue opere è passata una parte non secondaria della nostra storia nell’epoca del decollo industriale, della crisi dello stato liberale, della nascita e del consolidamento del movimento operaio, dell’incubazione del fascismo. Dalla fanciullezza alla morte ha sempre avuto a che fare con Dio, senza negarne l’esistenza, ma diventando nervosissimo anticlericale in gioventù – da lui così amaramente liquidata: “Mi annoiavo e scrissi…” – facendo poi i conti con la realtà negli anni della maturità.

Era definito “matto” perché preparava i suoi discorsi sulla riva del fiume, perché girava in bicicletta nelle strade di allora, perché aveva un comportamento fiero, aspro e solitario. Era detto il solitario del Cardello, pur essendo il casolano che non era mai a casa: si trasferiva in calesse o in bicicletta settimanalmente a Faenza, presso la distinta famiglia della madre, dai suoi amici dell’alta società faentina e anche dai “popolani”, che non disdegnava quando lo cercavano.

Lo troviamo a Bologna con il Carducci ad ascoltare il quaresimale di un carismatico domenicano; alla stazione di Bologna si dà appuntamento con amici e letterati importanti. Si reca spesso in vescovado a Imola a discutere con il vescovo Mons. Francesco Baldassarri, divenutogli amico dopo averlo incontrato da un artigiano intagliatore faentino. C’è comunque qualcosa che non quadra nei giudizi su Oriani sia in vita che dopo morte. Com’è naturale per un ispiratore politico tanto idealista quanto realista, a lui si sono rifatti tutti i grandi ispiratori di modelli politici per il proprio paese; da Mussolini a Gramsci, da Giuseppe Donati (stretto collaboratore faentino di Don Luigi Sturzo) a Gobetti e Labriola. Tutti hanno letto e riletto Rivolta ideale, che è la sintesi dell’opera di Oriani, il suo capolavoro, la sua fede, il monito agli italiani.

Don Francesco Bosi ha voluto dare un’idea sincera di Oriani come persona e come pensatore, per riconoscergli ciò che gli spetta, per la genialità con cui ha percepito, da visionario appassionato, i grandi problemi storici, per la sofferta, quasi tragica moralità con cui li ha vissuti. Riporta infatti il pensiero del critico storico Giovanni Gentile:

L’Oriani cerca una fede e quand’è al termine della ricerca, riflette, sospetta, anzi crede di non averla trovata. Ed è naturale, perché egli possiede fin da principio la fede che cerca, e perciò non può trovarla, ma solo spiegarla, dimostrarla e quasi viverla nella stessa ricerca. Una fede robusta, che investe tutta la vita…

Oriani scrive su Rivolta ideale:

Non falsare la lotta umana con inutili espedienti di legge: lasciare libero l’individuo per imporgli tutte le responsabilità; non pretendere di sostituire la religione con la scienza, la conoscenza con la cooperazione, la famiglia con il libero amore, la patria con il cosmopolitismo…; volere nell’uomo tutto l’uomo con le angosce della sua fede, con l’eroismo della sua carità, col calcolo della sua ragione, col suo istinto, col suo genio, che fanno di tutte le generazioni un uomo solo; proclamare la verità, che è soltanto nell’ideale ma dentro un mistero, nel quale il dolore mette una voce e il pensiero un lampo: amare nella speranza del bene, quando la gioventù sorride; amare nella pietà del male, quando la vecchiaia non sa nemmeno più piangere; salire a tutte le bellezze, credere a tutte le virtù, consentire tutti i sacrifici, offrendosi interi alla vita e accettando la morte come un premio: ecco la rivolta ideale!

Alfredo Oriani inviava messaggi:

Prima di strappare Cristo dalla coscienza dell’umanità, cercatevi intorno con che cosa riempirete un vuoto di duemila anni.

Il 19 febbraio 1905 nel teatro comunale di Faenza, stipato all’inverosimile, si incontrarono in un vibrante contraddittorio il giovane Romolo Murri (ancora prete) e Alfredo Oriani, C’era un’attesa spasmodica e un “tifo da stadio”. Per Oriani i cattolici erano stati i nemici dell’Italia unita; ma ora, dopo che “erano entrati politicamente nella patria”, li assolveva dal loro passato e li salutava come forza di rinnovamento e di rigenerazione nazionale. Uscendo dal teatro, qualcuno era rimasto dubbioso: “Ma chi era il prete?”.

“Bisogna credere!”

È stato importante il forte legame che ha legato Alfredo Oriani alla Abbazia di Valsenio: quel luogo e il Priore don Lorenzo Costa gli hanno fatto vedere “al di là” (ricalcando il titolo di un suo romanzo) e l’hanno instradato nella ricerca di Dio, dai trent’anni in poi, fino a condurlo alla conversione, completata con i sacramenti sul letto di morte, a 57 anni. Quella conversione è maturata progressivamente in anni precedenti e si capisce chiaramente nei libri Rivolta ideale e La lotta politica.

Alfredo Oriani si poteva incontrare sempre lungo il fiume Senio con la Bibbia sottobraccio. La commentava alla sua maniera, discutendone con l’oratoria e la profondità della sua cultura, assieme al Priore don Lorenzo Costa o recandosi in Vescovado a Imola, dal vescovo Mons. Baldassarri. È stato davvero toccato da questi incontri.

La breccia di Porta Pia e il ritiro dei Cattolici sull’Aventino per Oriani hanno rappresentato una ferita non rimarginabile a parole. Bisognava chiudere quel “solco”. Seguendo le vicende della storia locale, si nota evidentissima l’evoluzione storica maturata dopo la Rerum novarum proprio nella sua vallata: la sussidiarietà con le Casse rurali e artigiane; i Gruppi bandistici parrocchiali per il coinvolgimento della gioventù, le Associazioni, tra le quali la Gioventù cattolica di Valsenio e la Gioventù operaia della Costa, le tante Confraternite, il rinnovamento della musica sacra avvenuto a Imola con l’arrivo del maestro Lorenzo Perosi. Basti ricordare che per i venticinque anni di episcopato di Mons. Tesorieri (20 giugno 1896) dalla nostra vallata confluirono a Imola ottomila persone… C’era del movimento.

Il cicloturista Oriani, che era un disincantato osservatore e che non amava l’inerzia in tutti i sensi, da queste cose veniva scosso, esaltato da questa passione affascinante. Era uno studioso, un “duro” che è stato preso in speciale custodia da Dio, che più volte gli si è posto a fianco (facendolo passare dallo studio di Hegel alle lettere di San Paolo); ha mitigato il suo orgoglio e se l’è messo a ruota nell’ultimo passaggio verso l’al di là.