Recensione in fase di revisione
Con Catone l'antico Eugenio Corti è riuscito (ancora!) a sorprendermi. Scritto quando aveva superato gli 80 anni, è il suo ultimo romanzo: forse anche per questo non mi aspettavo di trovarmi di fronte a un testo così maestoso e coinvolgente, sia intellettualmente che umanamente.

Prima di affrontare la struttura e i temi del romanzo, trovo doveroso presentare Eugenio Corti (leggi qui una presentazione più dettagliata). Il brianzolo Corti è uno dei massimi scrittori italiani del Novecento che, purtroppo, è stato ostracizzato in patria, mentre all'estero ha ricevuto importanti riconoscimenti. La sua fama è legata principalmente al Cavallo rosso (1983), un'opera colossale che narra l'epopea di vari personaggi dalla campagna di Russia (II Guerra Mondiale) alla legge sul divorzio in Italia, ma già la sua prima pubblicazione gli aveva dato grande notorietà: I più non ritornano (1947), diario di una ritirata dal fronte russo. Le altre opere sono meno note; fra queste compaiono tre romanzi storici "per immagini" del quale Catone dell'Antico è l'ultimo in ordine temporale.
Catone l'antico nasce dopo una ricerca storica di tre anni, i cui frutti sono stati rigorosamente trasposti nel romanzo. Abbiamo quindi un libro capace di unire la valenza storica di un saggio alla facilità di lettura di un romanzo.
Cos'è un "romanzo per immagini"?
Si tratta di una forma-romanzo un po' particolare, una via di mezzo tra la sceneggiatura di un film e un classico romanzo. Presenta, infatti, elementi tipici della sceneggiatura cinematografica, ad esempio suggerimenti su come inquadrare una scena, parti descrittive ridotte e ampio spazio per i dialoghi. Il romanzo, poi, è diviso in 36 episodi e 200 scene: ogni scena è "pronta" per essere filmata singolarmente.
In alcuni punti compaiono delle parentesi storiche - che l'autore chiama "contaminazioni" - nelle quali traccia il quadro storico-sociale del periodo, approfondendo la vicenda di alcuni personaggi secondari (ad esempio di Annibale).
Questa struttura anomala può risultare respingente all'inizio, ma dopo poco ci si abitua e ci si immerge nel contenuto, senza far più caso alla forma. La storia di Catone arriva con una potenza incredibile e si inserisce nel quadro della grandiosa storia di Roma, tanto che le grandi battaglie e gli interventi di Catone in Senato, dove dà sfoggio della sua arte oratoria, risultano parimenti avvincenti e significativi.
Il romanzo per immagini così concepito credo sia un'invenzione di Corti, che intendeva creare un ponte fra la letteratura e cultura dell'immagine che si stava diffondendo in maniera sempre più pervasiva con l'avvento di internet. È sorprendente quanto sia stato lungimirante, nonostante l'età già avanzata.
Questo viene confermato nella postfazione a cura di Cesare Cavalleri (editore di Ares), dove si afferma che l'autore non è andato verso la cultura dell'immagine per inseguire una moda dei nostri tempi, al contrario, attraverso lo stratagemma del "romanzo per immagini" Corti ha cercato di avvicinare la cultura visuale alla grande letteratura.
Ascesi e azione di Catone nella Roma pre-imperiale
Corti affronta la vita di Catone - detto il Censore o il Grande - partendo da quando, ancora giovane, è stato chiamato alle armi in qualità di tribuno. Catone fa carriera, diventa console e poi censore, partecipando anche al Senato Romano.
Coltiva e combatti
Il giovane Catone sta lavorando nei campi quando riceve la chiamata alle armi. Tutti i romani, infatti, si dedicavano principalmente a due cose: all'agricoltura e alla guerra. La coltivazione dei terreni era fondamentale per la sussistenza e la guerra per espandere i confini e mantenere la pace.
Roma lasciava grande autonomia ai popoli conquistati, motivo per cui i territori annessi si trovavano molto bene sotto Roma, ma a volte sfruttavano la libertà concessa per organizzarsi e insorgere. Ciò ha portato a guerre continue, fino a quella estenuante contro Cartagine. In quel conflitto Annibale ha dato molto filo da torcere ai Romani: è stata una guerra tremenda, durata molti anni, con perdite immense da entrambe le parti.
Dopo tutta la parte legata all'azione militare di Catone, c'è la sua azione politica, che è davvero di grande interesse. Corti riesce a trasportare il lettore dentro al mondo Romano, a fargli capire quali fossero le sue anime, le sue correnti di pensiero e come mai i Romani siano stati così dominanti nel tempo, a differenza di altri popoli – come quello greco, la cui civiltà era ormai andata in decadenza.
Corti analizza le ragioni fornendo anche giudizi personali che possono non essere condivisibili (in un paio di casi mi sembrano francamente un po' azzardati). Tuttavia, è estremamente interessante vedere come un intellettuale come Eugenio Corti abbia approcciato questa tematica storica, evidenziandovi parallelismi, coincidenze e veri e propri riflessi nella storia del Novecento. Secondo Corti - e mi trovo d'accordo con lui - la natura dell'uomo è sempre la stessa: nonostante in ogni epoca vi siano correnti di pensiero, valori morali e modi diversi di intendere la vita, certi temi e certe reazioni si ripropongono ciclicamente.
L'immedesimazione e lo spaccato storico
È una lettura avvincente perché, oltre alla storia in sé che è bellissima, si aprono squarci illuminanti sul modo di ragionare e di vivere dei popoli dell'epoca, sia dei Romani che dei Cartaginesi.
Quando affronta argomenti come la gestione degli schiavi o i sacrifici umani fatti per propiziarsi gli dei – cose che forse abbiamo già letto nei libri di scuola – Corti li rende vivi e concreti. Si percepisce la differenza tra l'essere schiavo tra i Romani e l'esserlo tra i Cartaginesi, ma anche cosa significasse, più in generale, essere privati del controllo sulla propria vita. Questo genera un profondo senso di angoscia, perché fa riflettere sul fatto che nella storia dell'umanità (e ancora oggi in alcune zone del mondo) la schiavitù privi l'uomo di ogni libertà e capacità decisionale. Un conto è pensarlo in astratto, con distacco, un altro è proiettarsi in quella condizione: immaginate di vivere da schiavi e ditemi se non siete turbati!
Corti fa immedesimare il lettore con tutti i personaggi del racconto, facendo percepire cosa significasse per loro quel modo di intendere la vita, la caccia o il matrimonio. Ci sono degli brani a tratti quasi esilaranti, pur nella loro drammaticità. Ne faccio un paio:
- L'austerità morale: Catone era una persona moralmente irreprensibile e auspicava un ritorno all'austerità dei costumi romani. Rifiutava la modernità perché vi vedeva la decadenza di ciò che aveva reso grande Roma: l'austerità e la dedizione totale alla Patria, alla vita militare e a quella agricola, senza lo sfruttamento indiscriminato degli schiavi che avveniva a Cartagine. Cartagine era infatti una società fondata sull'economia e sul commercio, mentre Roma si basava sul diritto, sulla guerra e sull'agricoltura. Per mantenere le tradizioni, Catone arrivava a decisioni che oggi fanno sorridere, come far escludere dal Senato un senatore "colpevole" di aver baciato la moglie in pubblico davanti alla propria figlia.
- Il senso di giustizia: fece punire dei consoli che, pur avendo riportato delle vittorie in guerra, si erano macchiati di estorsioni e stragi o si erano accaniti con eccessiva ferocia sulle popolazioni vinte, venendo meno alla parola data al nemico.
Catone aveva un senso della giustizia e della moralità rigidissimo. Proprio per questo si scontrò duramente con la famiglia degli Scipioni e in particolare con Scipione l'Africano, che Catone riteneva reo di non aver distrutto Cartagine concedendole la grazia. Catone vedeva in Cartagine e nei suoi costumi una minaccia diretta che avrebbe potuto contaminare l'integrità del popolo romano; Scipione l'Africano, invece, in quel contesto fu più magnanimo ed evitò la distruzione totale della città e del popolo cartaginese (cosa che avvenne solo più tardi, per mano di un suo discendente: Scipione Emiliano).
La cura esteriore e interiore
L'operato di Catone è stato rivolto non solo alla "pulizia interiore", ma anche esteriore dei Romani. Quando fu nominato censore, per prima cosa si dedicò al mastodontico restauro dell'impianto fognario di Roma, per ripristinare il sistema della Cloaca Massima e pulire la città a livello fisico - un gesto che, nella sua visione, corrispondeva a una vera e propria igiene interiore e morale.
Catone è un personaggio davvero affascinante. Si può essere d'accordo con lui oppure no, ma al di là del condividerne l'operato, ciò che conta è l'esperienza di sentirsi vicini a lui. Quando muore nell'ultima scena – la duecentesima di cui si compone questo libro di circa 430 pagine – sono rimasto davvero spiazzato: mi ero affezionato, per me era diventato una sorta di parente di cui avevo scoperto e ripercorso la grandiosa vita.
Lo stile di Eugenio Corti
Vorrei chiudere con un'osservazione sullo stile di Eugenio Corti, che ho trovato davvero sorprendente. Non perché curi il testo in maniera maniacale o cerchi la frase ad effetto; al contrario, la sua è una scrittura che tende quasi a nascondersi, a non farsi notare, per lasciare emergere tutta la potenza e la grandezza di ciò che racconta.
È una caratteristica che avevo già notato negli altri suoi romanzi (come Il cavallo rosso e I più non ritornano, che considero due capolavori della letteratura) che me lo fa apprezzare e distinguere da molti altri autori che puntano tutto sullo stile. È come se Corti facesse un passo indietro e dicesse al lettore: "Non guardare me, guarda quello che sto raccontando, il contenuto di ciò che ti sto dicendo".
Inizialmente pensavo fosse un'opera minore, essendo uno degli ultimi libri che ha scritto e un testo poco citato. Invece si è rivelato un romanzo di altissimo livello, che vi consiglio assolutamente di recuperare.
Crediti: immagine generata con intelligenza artificiale (OpenAI), elaborazione originale per questa recensione.
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