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Leggere Kafka a 40 anni: La metamorfosi

Scritto martedì 17 Marzo 2026

Dai 16 ai 25 anni mi sono letto tutto Kafka. O meglio, quasi tutto: avevo lasciato indietro quello che è probabilmente il suo testo più celebre, di certo il più emblematico: La metamorfosi.

Voto

9

Dai 16 ai 25 anni mi sono letto tutto Kafka. O meglio, quasi tutto: avevo lasciato indietro quello che è probabilmente il suo testo più celebre, di certo il più emblematico: La metamorfosi.

Una nuova vita dopo la metamorfosi

L’incipit è noto: il commesso viaggiatore Gregor Samsa si sveglia una mattina e scopre di essersi trasformato in un insetto. Lentamente, con grande sforzo, si cala dal letto e inizia a sperimentare l’uso delle zampette.

Quando i suoi famigliari lo cercano per capire come mai non si sia recato al lavoro, risponde che sta arrivando, un attimo solo… Poco dopo, perde l’uso della parola: i suoi versi risultano incomprensibili per gli umani; tuttavia riesce a comprendere i discorsi delle persone.

Inizia così una nuova esistenza per Gregor: vive con i suoi famigliari, ma non ha contatti, nemmeno visivi, con loro; abita nella sua casa, ma isolato, sostanzialmente recluso in una stanza.

Lo scarafaggio: un’umanità incompresa e incompiuta

Si è scritto di tutto e di più sulla Metamorfosi, potete facilmente trovare online l’interpretazione del racconto. È presto chiaro perché sia così noto: dietro la (apparente) semplicità della trama e l’emblematica metamorfosi del titolo, le sue 50-60 pagine presentano tutte le principali tematiche kafkiane: l’incomunicabilità, la solitudine esistenziale, la punizione per un’azione/reato non commesso, ecc.

La cosa che mi ha veramente sconvolto è la situazione di partenza: più dell’idea che un uomo si risvegli trasformato in un insetto, è il fatto che accetti la metamorfosi senza fare una piega. Gregor non si chiede mai il perché della trasformazione, né protesta per l’accaduto. Questo rivela il profondo disagio di Kafka e la sua arrendevolezza di fronte a un destino percepito come avverso e ineluttabile.

Quella di Kafka è un’umanità fragile, sensibile, capace di cogliere la drammaticità dell’esistenza nella sua interezza. Allo stesso tempo anela a una giustizia vera, una risposta comprensibile, un senso ultimo, e subisce l’impossibilità di raggiungerli. Questo suo struggimento me lo fa amare come un fratello infelice, un fratello che sente più di me ma vede meno di me.

Leggere Kafka a 40 anni (42 per la precisione) ha su di me lo stesso effetto di quando ne avevo 20: scrosta la spessa patina del materialismo quotidiano, risvegliando la ricerca di senso e le domande esistenziali. In poche parole, ridesta la mia umanità con una forza che ho trovato in davvero pochi altri scrittori.

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