L’ombra dello scorpione: il cerchio si chiude

Se mi chiedessero “cosa hai fatto nella vita?” dovrei cominciare la risposta con “ho letto Stephen King”.

L’ombra dello scorpione è il 35° libro del Re dell’horror che leggo e, forse, anche l’ultimo. King l’ho amato e l’ho odiato, ma se sono qui è perché l’amore ha prevalso. Lo incontrassi oggi lo abbraccerei, poi però gli muoverei un paio di osservazioni. Il motivo? Non mi basta che sia un grande scrittore. Vorrei che fosse il più grande di tutti i tempi e, naturalmente, non lo è.

Se non hai letto L’ombra dello scorpione o sei un neofita di Stephen King

Se non hai ancora letto L’ombra dello scorpione o, meglio ancora, sei un neofita di Stephen King, ti consiglio di approcciare il Re dell’horror proprio a partire da questo libro. Il motivo? L’ombra dello scorpione può essere considerato una summa dell’universo horror di King. In realtà, trattandosi di uno dei suoi primi romanzi, è una sorta di prequel a molta della sua produzione futura.

Per me, che l’ho letto dopo altri 34, è stato un continuo déjà vu. Le situazioni, i giochi psicologici, le deviazioni e le debolezze dei personaggi sono elementi che ho ritrovato nei libri successivi di King, con minime variazioni.

Letto questo, letti tutti? Assolutamente no. Ma la saga della Torre Nera potete tranquillamente risparmiarvela, tanto per fare un esempio.

NB: esistono 2 edizioni de L’ombra dello scorpione, quella del 1978, decurtata di alcune parti solo perché considerata troppo lunga dall’editore (all’epoca King non era ancora così affermato), e quella integrale del 1990. Io faccio riferimento all’edizione del 1990.

Stephen King - L'ombra dello scorpione. Edizione integrale Bompiani

Breve trama de L’ombra dello scorpione (senza spoiler)

Stati Uniti: un guasto a un impianto militare libera un’arma batteriologica micidiale che, in breve tempo, stermina il 99% della popolazione terrestre. Le poche persone immuni cercano di ridare un senso a un mondo abbandonato, dove il denaro non ha più valore, la forza fisica è di nuovo il fattore che stabilisce le gerarchie e un’appendicite può essere fatale.

A ridosso delle Montagne Rocciose si formano due grandi comunità, riunite attorno a guide diametralmente opposte: il malvagio Randall Flagg e la mistica Mother Abigail. Lo scontro sembra inevitabile…

Il solito King, nel bene e nel male

Da questa esile trama si intuisce già il macro tema di fondo: la lotta fra il Bene e il Male. King non dice niente di nuovo o particolarmente originale sul tema, ma nel racconto questi due concetti assumono identità ben precise: Dio e Satana. La questione viene affrontata dai personaggi principali, che sono una dozzina, e si passa da discorsi da omelia a sfiorare la blasfemia. Il risultato è molto realistico, ma contribuisce a creare una filosofia un po’ ruffiana e accomodante, che si può ritrovare in molte altre opere di King: c’è un’Entità Superiore, spettatrice non pagante delle vicende umane; sostanzialmente è buona, ma ogni tanto permette che accadano cose molto cattive. Una verità che non disturba né credenti né atei e, in definitiva, non gli impedisce di vendere libri agli uni e agli altri.

L’autore affronta anche altre grandi questioni: il riaffermarsi degli istinti primordiali in un mondo improvvisamente privato di ogni autorità e regola; il bisogno di una società strutturata; la diversa centralità della procreazione per i “buoni”, che vogliono darsi un futuro, e i “cattivi”, che tentano di incarnare una specie di anticristo. Questi e altri temi si mescolano, scompaiono e riaffiorano nel corso della narrazione. La grande maestria di King sta proprio nel disegnare dei personaggi, creare un mondo, metterceli dentro e far succedere qualcosa.

I personaggi diventano spesso tridimensionali: l’autore li crea partendo dal loro passato, ce li fa conoscere e poi, attraverso il presente ci racconta come cambiano. Mi sembra impossibile che Stuart Redman, Harold Lauder e Larry Underwood esistano solo nell’Ombra dello scorpione… Tuttavia non condivido la scelta facile facile di dotare di poteri speciali i personaggi menomati fisicamente (Nick è sordomuto), dall’età (Mother Abigail ha 108 anni) e mentalmente (Tom Cullen è ritardato). L’esaltazione dei deboli potrebbe avvenire in modi più originali del donargli poteri venuti dall’alto.

L’incipit del romanzo è magistrale. I primi capitoli sono asciutti, tesi, senza giochi di prestigio: ci portano subito nel vivo dell’azione, impiantano nella nostra mente un gigantesco punto interrogativo e non ci lasciano il tempo di affrontare la risposta, perché bisogna agire. Poi, piano piano, entrano in scena i veri protagonisti. King ci racconta le loro vite pre-epidemia, lo shock e la reazione.

Una volta terminata quest’ampia parte introduttiva, iniziano i dolori, ma per noi lettori. King si adagia sullo splendore della sua creazione, stacca la spina e procede con il pilota automatico. In pratica non succede quasi nulla: tutto va a rilento, in una lunga fase interlocutoria in preparazione al finale. Peccato che costituisca quasi la metà del romanzo.

A ridestare il lettore ci pensa l’interrogatorio di Flagg a Dayna Jurgens, un momento di grande letteratura. Viviamo nell’ordine: sorpresa, rilassamento, sospetto, tensione e paura, come se fossimo nel corpo di Dayna. Da leggere, rileggere e conservare nel manuale del climax.

Nel bel finale accade di tutto, tranne quello che vi siete immaginati. La trama ha alcune svolte davvero inusuali e inaspettate ma, una volta chiuso il libro, vi sembrerà l’unico finale possibile.

Tanti punti interrogativi

Un aspetto interessante de L’ombra dello scorpione è la quantità di cose che rimangono senza spiegazione o che non vanno come dovrebbero andare. Ad esempio:

  • viene data grande rilevanza all’invio di tre spie nella comunità di Flagg, ma la cosa non ha sviluppi nel prosieguo della narrazione
  • a un certo punto Randall Flagg inizia a perdere i poteri, le cose iniziano a sfuggirgli di mano senza che sia resa nota la causa
  • come mai Flagg non riconosce Tom Cullen? Eppure l’ha visto insieme Nick quando si erano rifugiati in uno scantinato per sfuggire al tornado.

Insomma, non è un romanzo dove tutto torna. Una spiegazione può essere che King ci propone la vicenda dagli occhi dei protagonisti, dunque noi abbiamo le stesse informazioni dei personaggi i quali, ovviamente, non sanno tutto. Un bello stratagemma per accrescere la curiosità del lettore, ma anche per scrollarsi di dosso il compito di chiudere tutte le parentesi aperte nel corso di 929 pagine. I classici due piccioni con una fava.

La cosa che non sopporto di Stephen King

C’è un elemento che davvero non riesco a digerire di Stephen King: la sua morbosità. Pare che in ogni suo libro non possa mancare una scena sessualmente forte, un po’ perversa, descritta con ricchezza di particolari. Più tanti zoom su come si masturba Tizio, come ingoia Caia, ecc. Dettagli che nel 99% dei casi si potrebbero tranquillamente omettere, dal momento che i romanzieri ce l’hanno fatta egregiamente per 500 anni.

Sono questi dettagli che mi hanno impedito di consigliare a mia madre un qualsiasi libro di King. Ma, grazie a Dio, non mi hanno impedito di apprezzarlo.

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